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MA
L’HOMO SAPIENS SAPIENS E’ PROPRIO COSI’ SAPIENS? COMUNICAZIONE
BREVE DEL SOCIO ORDINARIO NON RESIDENTE BRUNO J.R. NICOLAUS - ADUNANZA DEL
18 DICEMBRE 1997 ATTI
ACCADEMIA PONTANIANA, NAPOLI XLVI (1997), pp. 474-480
Più
si analizza il comportamento dell’uomo nelle sue svariate espressioni,
più aumentano i dubbi che l’uomo moderno, colui che sa (Sapiens)
e sa di sapere (Sapiens), sia
proprio così saggio, come egli stesso ama far credere. Questo
tema spinoso viene affrontato nel libro “L’arca
di Noè”[1]
(Fig. 1) il quale tratta il problema tuttora irrisolto dei rapporti
uomo-natura-animale. La
presente comunicazione raccoglie alcune riflessioni postume, emerse
chiacchierando sull’argomento in svariate occasioni[2]. Il
titolo del libro subito pone un quesito: è o non è fuori luogo evocare
Noè, arche e diluvio, alle soglie del terzo millennio. Un titolo a prima
vista stantio, quasi fuori posto in un secolo come il nostro, proteso al
futuro. Secolo permeato del trionfalismo più acceso di scienza, tecnica,
conquiste sociali e spaziali. Eppur
appare evidente come il mito di Noè sia attuale tuttora: oggi più che
ieri, oggi più che mai. Ai
tempi del diluvio, secondo le sacre scritture, per porsi in salvo,
l’umanità ebbe urgente bisogno di un arca e di un traghettatore fidato.
A più ragione, si sente oggi la necessità impellente di un timoniere che
ci traghetti in salvo, oltre la palude dell’inquinamento
chimico-biologico-nucleare, oltre l’impenetrabile giungla della violenza
nella quale viviamo, oltre il generale degrado morale ed ambientale, verso
lidi più radiosi e sicuri. Altro
valido motivo per la metafora dell’arca, lo rappresenta Noè stesso:
primo difensore in assoluto della biodiversità. Caricando l’arca coi
nostri minori fratelli, come li battezzò San Francesco, Noè metteva in
atto la prima operazione di salvataggio di quella biodiversità, oggi
apparentemente tanto di moda. Noè
rappresenta inoltre, in chiave laica, l’estrema lotta contro le calamità
della natura, personifica l’uomo che non arretra davanti ad un destino
ineluttabile: la prima sostanziale affermazione dell’ingegno umano (homo
faber) sulle forze avverse della natura. * * * In
generale, l’uomo ama decantar un passato tinto di verde e di rosa,
felice e colmo di pace, contrapponendolo ad un presente fosco cupo e
violento, senza speranza. Le motivazioni di questo atteggiamento restan
sepolte nel profondo dell’animo umano: il nostro cervello par fatto più
per dimenticare che per ricordare. Basti pensare alle migliaia e migliaia
di cose che vediamo, sentiamo, udiamo, percepiamo ogni giorno, ogni ora,
ogni minuto secondo. Quanto resterà impresso nella nostra memoria, quanto
verrà invece filtrato, scartato, cancellano per sempre. Si
ricordan le cose piacevoli, si tende a dimenticare quelle sgradevoli: da
qui nasce la leggenda, il mito di un mondo passato idealizzato da cantori
e poeti, di un mondo bucolico pervaso di pace ed amore, di un vero
paradiso terrestre: -
che il degrado ambientale odierno sia solo conseguenza della tecnica è
una grande bugia; -
che tutti i mali della società moderna siano conseguenza del progresso
tecnologico è un’altra grande bugia; -
che il passato esistesse un mondo idilliaco, bucolico, pieno di pace ed
amore è la più grande di tutte le bugie. Già
l’ominide sceso dagli alberi come l’uomo delle caverne più tardi, si
trovaron faccia a faccia con la terribile lotta per la sopravvivenza. Da
una parte un ambiente inclemente popolato da temibili fiere, dall’altra
un’ignuda creatura, lenta e goffa nei movimenti, sprovvista di zanne ed
artigli, dotata di forza fisica modesta, a confronto degli avversari. Noi
amiamo decantar i nostri antenati come abilissimi cacciatori. Non eravamo
invece che poveri raccoglitori di ghiande, bacche e radici, raramente
consumatori di piccoli animali più inermi, dei resti di prede più
grandi, abbattute ed abbandonate dai grandi carnivori. Il nostro inconscio
rinnega questo misero passato: preferiamo considerarci angeli caduti dal
cielo, piuttosto che semplici scimmie evolute. Eppur
nella testa di questi miseri ominidi già brillava lo sprazzo di una mente
divina, l’arma segreta che avrebbe portato l’uomo ai livelli di oggi.
Da questa mente scaturivan le prime decisive invenzioni e scoperte: la
leva e la ruota per dominare l’inerzia della materia, il fuoco per
forgiare spade ed aratri, per render commestibili cibi indigesti, per
fugar il rischio di infezioni letali, alle quali si era esposti mangiando
cibi crudi. E’
così che l’uomo inizio a condizionar la natura nelle sue tre forme:
minerale, vegetale ed animale. Quella
minerale, scavando le visceri della terra ed estraendo metalli, carbone,
petrolio; sfruttando le rocce, le pietre, la sabbia, la ghiaia; inventando
il cemento. Quella
vegetale, distruggendo boschi e foreste, selezionando, piantando,
coltivando piante commestibili come il riso, la patata, il frumento. Ben
presto, l’uomo divenne anche il supremo condizionatore degli animali.
Per opera sua si verificava una sistematica ed implacabile eliminazione di
quelli selvatici, ritenuti pericolosi per la propria sopravvivenza ed
un’abile selezione di quelli sfruttabili per il proprio benessere:
utilizzabili nel lavoro agricolo, nei trasporti, nella guerra,
nell’alimentazione, nell’abbigliamento, nelle arti mediche. Il
progresso tecnologico prendeva l’avvio, trasformandosi in una valanga
inarrestabile, come una pietra che iniziando a rotolar giù per un’erto
pendio ne trascinerà tante altre con sé. La valanga di pietre si
arresterà una volta raggiunto il punto più basso ed esaurita
l’insostenibile arroganza della gravità: il processo ha quindi un
inizio ed una prevedibile fine. Le
invenzioni dell’uomo non sembrano invece aver fine, almeno non
prevedibile, se non in un progetto divino. Ogni invenzione porta in sé il
germe di un’altra invenzione. L’una genera l’altra in un spaventoso
crescendo, in un turbinio inarrestabile. L’invenzione
della leva contiene in germe quello della ruota, che a sua volta condurrà
alle grandi scoperte sulla struttura della materia, dell’atomo, sul
ruolo delle molecole biologiche, fino all’energia nucleare, alla bomba
ad idrogeno, ai missili interplanetari. La
figura dell’uomo come grande autore sbiadisce, si rafforza quella di
esecutore (faber) nell’ambito di un disegno sempre più imperscrutabile. L’homo sapiens sapiens divenuto homo
faber cede il passo a quello scientificus:
un’altro progresso o l’ultimo anello di una strada evolutiva
dimostratasi un vicolo cieco? * * * Aristotele
individuò nel possesso della ragione la differenza discriminante tra uomo
e animale, concedendo a questi il possesso di alcune caratteristiche e
modalità psichiche, seppure in misura molto minor che nell’uomo. Nella
dottrina postaristotelica gli animali fanno parte di una sfera inferiore,
alla stessa stregua delle cose inanimate. Più vicini all’uomo troviamo
gli animali domestici o addomesticabili, che riescono perciò ad
integrarsi nella collettività umana; più lontani quelli selvatici,
estranei e destinati a divenir preda dei cacciatori. Il
sacrificio degli animali era ampiamente diffuso nell’antichità, sotto
la maschera di nobili fini religiosi, ed innumerevoli sono state le
vittime di questo assurdo fanatismo che ha imperversato per millenni. L’ampia
opera di disboscamento delle coste mediterranee per rifornirsi di legname
prezioso necessario per la costruzione di navi, di case e come
combustibile per il riscaldamento delle gigantesche terme ha contribuito
al diforestamento del litorale mediterraneo con conseguenze ecologiche di
cui soffriamo ancor oggi. E’
chiaro perciò come il rapporto uomo/animale ben s’inquadri in questo
scenario di sfruttamento dell’ambiente, iniziato nell’antica Roma
repubblicana e raggiungente nella Roma imperiale le forme di un vero e
proprio sterminio, perpetrato a fini edonistici e politici, senza alcuna
giustificazione morale: il solo traiano, al ritorno dalla vittoriosa
campagna di Dacia, si vantò di aver gettato nell’arena in una sola
“tornata di giochi” durata 123 giorni ben 11.000 animali. Nel
Medioevo si nota un qualche mutamento del rapporto animale/uomo, nel senso
che spesso viene attribuita agli animali una propria volontà diretta di
agire e di adottare comportamenti, a volte nocivi all’uomo ed alle sue
proprietà. Mentre nel periodo aristotelico e postaristotelico veniva
negata agli animali ogni attività razionale, nel Medioevo certi
comportamenti vengono interpretati come conseguenza del possesso del corpo
da parte delle forze del male e come espressione del maligno. Durante
il triste periodo della caccia alle streghe, gli animali, paragonati a
vecchie fattucchiere, subirono buona parte delle persecuzioni. I maiali
furono i più bersagliati, dato che venivan considerati più esposti alla
possessione demoniaca. Nel
1474, i magistrati di Basilea condannarono al rogo un gallo per aver
deposto contro natura un uovo, allora crimine sconcertante. Nell’anno
del Signore 1595, il paesino di San Giuliano nell’alta Savoia fu invaso
da schiere di maggiolini, con gran danno delle colture esistenti. Gli
animaletti furon citati in giudizio e condannati ad abbandonare il paese;
la saggia decisione venne redatta in latino ed in volgare e l’editto
affisso ai bordi dei campi infestati ( non si sa con qual successo ). Nell’anno
1338, sciami di insetti invasero la regione di Bolzano. Contro di loro
vennero istruite azioni legali e si procedette con la sentenza di
scomunica da parte del tribunale ecclesiastico. Nel
1519, il comune di Stelvio iniziò un procedimento penale contro certe
fastidiosissime talpe che vennero diffidate ad abbandonare subito i
terreni invasi, concedendo un libero salvacondotto oltre ad una moratoria
di 14 giorni alle talpe con figli piccoli. Nella
storia del contado di Chiavenna, si legge che addì 26 giugno 1659 vennero
citati in giudizio certi bruchi che avevano infestato i boschi di cinque
comuni della valchiavenna. Nell’era
moderna il rapporto uomo/animale assume un carattere più razionale e
pratico e l’impiego degli animali di laboratorio nella ricerca biomedica
ha contribuito, durante il XVIII e il XIX secolo, alle grandi scoperte nel
campo delle malattie infettive, quali la rabbia e la tubercolosi. In
questo periodo la collaborazione uomo/animale, attraverso gli studi
fondamentali sulla microbiologia, sulle malattie infettive dell’uomo e
degli animali e sulla patologia generale e comparata, ha posto le basi
della moderna medicina sperimentale. Nel secolo XX anche la maggior parte
delle scoperte nel campo della profilassi e della farmacoterapia è stata
resa possibile grazie a studi sperimentali condotti in associazione ad
esperimenti con animali, come nel caso del vaccino contro la difterite
(cavia), dell’insulina (cane), dei sulfamidici (topo), degli antibiotici
in generale (topo, ratto, cane), del vaccino contro la poliomielite
(scimmie) eccetera. Questo
rapporto uomo/animale risulta oggi difficilmente modificabile per il
bisogno che ha l’uomo di soddisfare alcune esigenze nei diversi campi
della ricerca biomedica. Tali esigenze vanno dagli studi sperimentali di
nuove malattie infettive ed organiche (lebbra, Aids, tumore, ecc.) a
quelle relative all’istruzione, all’addestramento, alle ricerche di
base, alla valutazione tossicologica ed agli studi con animali trasgenici.
Al momento attuale, secondo la maggioranza dei ricercatori non sembra
ancora possibile la sostituzione totale dell’animale con modelli
sperimentali alternativi. I milioni di animali sacrificati nella ricerca
biomedica sono una goccia d’acqua in un oceano a paragone dei danni
causati dall’uomo nella sua corsa allo sfruttamento delle risorse del
pianeta: del disboscamento delle foreste, dell’agricoltura, degli
allevamenti intensivi, della pesca industriale. Nel
prossimo futuro le problematiche che coinvolgeranno il rapporto
uomo/animale non riguardano tanto l’impiego dell’animale nella
sperimentazione biomedica, quanto gli eventuali rischi che potrebbero
derivare dalla sistematica applicazione dell’ingegneria genetica negli
allevamenti animali, con aspetti che implicano anche motivi di carattere
morale. L’ingegneria genetica applicata al mondo animale e vegetale ed
all’uomo stesso, preannuncia il trionfo dell’homo faber, l’estrema
prevaricazione della tecnica sulla natura. La
bellezza è armonia, il degrado è disarmonia. Sul nostro pianeta, ogni
giorno molte specie animali e vegetali si estinguono, mentre altre si
adattano ai nuovi ambienti, secondo un processo forse irreversibile e
dannoso perché la stabilità di ogni biosistema dovrebbe esser tanto più
forte, quanto più ricche e diversificate sono le specie rappresentate. Il
problema uomo/natura si intreccia nuovamente in maniera disarmoniosa con
il rapporto uomo/animale. Dall’inizio
della civiltà agricola gli animali domestici hanno svolto un ruolo
fondamentale nell’economia umana fornendo cibo, concime, combustibile,
mezzi di trasporto, indumenti. L’esplosione dei consumi ha stravolto
l’economia e l’ambiente, dove ora il bestiame rappresenta la specie
predominante, trasformando la terra in un pianeta di bestie. Negli
allevamenti intensivi, gli animali crescono estraniati dal loro ambiente
naturale privati del rapporto con l’uomo, molla primordiale
dell’addomesticamento, profondamente limitati nella loro vita di
relazione sociale, terrorizzati per non poter esercitare i propri istinti
congeniti: vita da ergastolani in un carcere modello. * * * Fino
al XIX secolo l’uomo non era in grado di difendersi dalle malattie
infettive in maniera diretta, combattendo i germi; poteva solo difendersi
con misure igieniche spesso insufficienti e le malattie infettive
infierivano sull’umanità falcidiando popolazioni intere, causando
sofferenze indicibili, annientando antiche civiltà. Virus, batteri
protozoi: una legione sterminata di agenti infettivi all’assalto
dell’uomo e di ogni specie vivente, spesso trasmessi all’uomo dagli
animali con i quali entrava in più stretto contatto: il predatore vittima
della preda. In
tutti gli esseri, dal virus all’animale all’uomo s’instaura in
determinate situazioni un irresistibile comportamento di violenza
differente tra le singole specie nella forma, ma identico nell’essenza.
Gli ominidi preistorici quando cacciavano, il soldato moderno che va alla
guerra, la tigre che sbrana la gazzella, lo squalo che azzanna una foca,
il batterio che infetta l’animale e l’uomo, sono spinti dallo stesso
insostenibile istinto prevaricatore, dalla stessa molla. E’ la stessa
carica di violenza che spinge il virus ad aggredire l’uomo od a crescere
in un terreno inanimato, che costringe l’ossigeno ad ossidare,
l’idrogeno a ridurre, l’ossigeno a formare acqua con l’idrogeno,
tutti gli elementi chimici a reagire tra di loro a seconda delle varie
affinità. La stessa forza combina protoni, neutroni ed elettroni
nell’atomo, fondamento della materia; materia che altro non è che
energia condensata: noi polvere di stelle. Sembra perciò che sia
un’unica forza sotto molteplici aspetti a muovere il tutto; un’unica
forza che governa i comportamenti del mondo animato. A
seguito di una visione antropocentrica, in un universo dove il sole
ruotava attorno alla terra, le tre religioni rivelate ( la cristiana,
l’ebraica e l’islamica ) hanno mostrato scarso interesse per
l’animale, a differenza di quelle orientali che riconoscono anche ad
essi un’anima e l’atteggiamento prevaricatorio dell’uomo nei
riguardi del Creato trova una suggestiva interpretazione, ma non certo una
giustificazione, nei racconti dell’Antico Testamento. Nuovi
insperati traguardi sono stati raggiunti nel dominio delle forze della
natura e nella comprensione delle leggi che governano l’infinitamente
piccolo e l’infinitamente grande, l’atomo e l’universo. Nuove
insostenibili responsabilità sono emerse, imponendo una rivalutazione dei
nostri rapporti con la natura. Il
terrificante olocausto di intere specie animali avvenuto naturalmente in
epoca preistorica, invece di annientare la vita sul pianeta ed arrestare
l’evoluzione, ha creato lo spazio per la nascita di ulteriori diversità,
tra le quali l’homo sapiens sapiens. C’è da chiedersi, perciò, se
l’attuale difesa ad oltranza della biodiversità non sia un’ulteriore
dimostrazione della nostra aggressività e se la scomparsa della nostra
specie e delle nostre culture prevaricatrici non potrebbe spianare la
strada ad un mondo eticamente migliore. * * * Da
quanto discusso finora, appare evidente come il rapporto uomo/animale
s’inquadri fin dall’antichità nell’atteggiamento predatorio
dell’uomo verso l’ambiente circostante, nei suoi vari aspetti di
natura minerale, vegetale ed animale. L’uomo
è sopravvissuto finora; le civiltà si sono susseguite con andamento
alterno apparendo, scomparendo, lasciando profonde alterazioni
dell’habitat naturale, accompagnate da uno stato di degrado generale:
realizzando per se stesso migliori condizioni di vita, l’uomo si è
adattato ad una continua mutevolezza, mettendo in atto un processo
distruttivo forse irreversibile, che ha trasformato radicalmente
l’ambiente. Superata
la visione bucolica ed utopistica dell’antichità e dei rapporti con la
natura, oggi dobbiamo riconoscere che non solo le società industriali, ma
anche quelle cosiddette primitive sono colpevoli dell’attuale degrado,
mentre l’esplosione della civiltà industriale, legata ad uno sviluppo
economico smisurato, ha portato le condizioni di vita ai limiti della
sopportazione e forse delle possibilità di recupero. Dopo
la rivoluzione industriale, il rapporto uomo/animale è ulteriormente
peggiorato ai danni dell’animale, intrecciandosi in maniera
indistricabile con i problemi della sovrapopolazione, del disboscamento,
della fame, del degrado ambientale, dell’inquinamento biologico, chimico
e nucleare del pianeta. La
tragedia del destino dell’uomo è stata immortalata da Sofocle negli
stupendi versi del coro dell’Antigone, i quali nulla hanno perso della
loro forza ed attualità a distanza di due millenni e mezzo. Tragedia di
un destino ineluttabile che sta spingendo l’uomo verso la conclusione
del suo ciclo biologico e storico: “Molte ha la
vita forze, tremende;
eppure più dell’uomo nulla, vedi, è
tremendo ... Egli si volge
al male ora, ora al
bene ...”
[1] Bruno J.R. Nicolaus, “L’arca di Noè”, collana prometeo 21, Franco Angeli Editore, Milano 1996. [2]
“Una chiacchierata allegra su di un tema serio. Con Bruno J.R.
Nicolaus: “L’arca di Noè,
ovverosia l’homo sapiens sapiens è proprio così sapiens?” Società Svizzera, via palestro, 2 - Milano, Giovedì 6 novembre 1997 ore 21.
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