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EUTANASIA DEL
DOLORE E DELLA COSCIENZA RIFLESSIONI
SULLA RIVOLUZIONE BIOMEDICA E SUL DILAGAR DI DROGA E VIOLENZA[1]
INTRODUZIONE Lo
stimolo del dolore ha valenza universale presso gli esseri animati, dai più
semplici ai più complessi. Il dolore vien trasformato in sofferenza, la
cui durata ed entità varierà da individuo a individuo in tempi e momenti
diversi. La
natura rifugge dal dolore, dicevan gli antichi. Da cui il tentativo
ancestrale dell’uomo di rimediare al dolore, di combatterlo fino alla
sua estirpazione. La
sedazione del dolore e l’automedicazione saranno fenomeni intimamente
connessi nella storia dell’uomo, fino a sfociar nell’impiego di droghe
sempre più potenti, sempre più pesanti. L’automedicazione,
la sedazione di dolore e sofferenza, la creazione di paradisi artificiali
sono approcci inevitabili, predeterminati dalle nostre strutture
neuronali. Essi non sono che una delle espressioni della cultura
dell’inganno, creata dall’uomo moderno per ingannare se stesso: sembra
in effetti che la nostra mente abbia programmi predeterminati che ci
illudono di essere liberi anche quando non lo siamo e che le nostre scelte
siano largamente determinate dalle caratteristiche funzionali delle
strutture neuronali, restandoci quindi poche possibilità per sfuggire a
noi stessi. I. MENTE E CUORE, UN INSOSTENIBILE CONFLITTO Per
Erasmo da Rotterdam e Cartesio, il predominio della ragione sui sentimenti
e la padronanza delle emozioni formano la base dello Homo
sapiens sapiens, dello Homo
cogitans, dell’uomo moderno che pensa e sà di pensare. Questa
visione riduttiva dell’uomo si protrarrà ben oltre il secolo dei lumi,
fino in tempi recenti. Nella
seconda metà del novecento, la psicologia verrà dominata dai
comportamentisti. Solo i comportamenti osservabili oggettivamente
dall’esterno possono esser studiati accuratamente. La sfera della vita
interiore invece, quella dei sentimenti e delle emozioni, resta
inaccessibile ad ogni approccio scientificamente valido. Le
emozioni verranno relegate in secondo piano, mentre il computer prenderà
piede, quale modello operativo della mente. Si
consoliderà inoltre la convinzione, che l’intelligenza pura comporti
una elaborazione metodica ed asettica dei fatti, non inquinata da
sentimenti ed emozioni. Solo
successivamente, si farà avanti una visione più equilibrata dei rapporti
tra sentimenti e pensiero, concedendo alle emozioni un ruolo di tutto
rilievo. Nascerà
così l’ipotesi della molteplicità delle intelligenze e del fatto che
l’uomo avrebbe almeno due cervelli, due menti, due diversi tipi di
intelligenza: una emotiva ed una razionale. Secondo
questa interpretazione, i nostri comportamenti vengon motivati e guidati
da entrambe le componenti, operanti in armonioso equilibrio: le nostre
decisioni, seppur prese dalla mente, verranno vagliate dalle nostre facoltà
emozionali, le quali posseggono il potere di dar via libera al pensiero
logico o di bloccarlo. In maniera del tutto analoga, la ragione ha la
facoltà di vagliare e dominare le nostre emozioni. I nostri comportamenti
nella vita dipenderanno quindi dall’armonia tra mente e cuore, tra
ragione e sentimenti. Qualsiasi
disturbo di questo prezioso equilibrio, sia che le emozioni prendano il
sopravvento sulla ragione, o viceversa, la ragione prevarichi le emozioni,
avrà come conseguenza una alterazione, talora dannosa, del comportamento.
(Fig. 1). Questa
visione integrata delle funzioni emotive e razionali, di mente e cuore,
facilita l’interpretazione della crisi planetaria delle società
moderne, dell’inquietante aumento della criminalità adulta e minorile,
della depressione, dei suicidi, della perduta capacità di sopportare
dolore e sofferenza, della corsa sfrenata all’automedicazione,
dell’abuso di droghe leggere e pesanti, degli atti di violenza privi di
senso in quanto non finalizzati a personale tornaconto, della crisi di
valori dilagante ovunque per il pianeta. II. L’ARTE DEL GUARITORE, IDEA RIVOLUZIONARIA Gli
ominidi discesi dagli alberi e gli uomini delle caverne, ambedue nostri
vecchi antenati, si trovaron presto faccia a faccia con il mistero della
nascita e della morte, con i traumi, le malattie, la sofferenza. Conquistata
l’insostenibile consapevolezza dell’essere, dono supremo della natura,
essi impararono a non subire passivamente il destino, a fronteggiare i
tanti malanni, a lenire il peggiore dei mali, il dolore. (Fig. 2). Giocoforza
essi appresero, come leccarsi le ferite, come aiutarsi l’uno con
l’altro con instrumenti rudimentali, come addolcir i malanni con
tenerezza ed affetto: le magiche armi del cuore. Notevoli furono i
progressi in tal senso eppure decine e decine di millenni passaron, prima
che l’uomo scoprisse e forgiasse la magica chiave per curar malattie,
rimediar traumi, sedare il dolore, migliorare la vita fino
all’irraggiungibile sogno di Faust: dell’eterna giovinezza. Lungo
questa strada impervia, lastricata di sofferenze e dolori, maturava poco
alla volta un’idea rivoluzionaria: come influire sulle sensazioni e
sulle funzioni del corpo e della mente con l’aiuto di sostanze ad esso
estranee. Dallo
spirito di osservazione e dall’inesauribile fantasia dell’uomo,
scaturiva l’arte suprema del guaritore: la
medicina. Nel contempo, si delineavano e prendevan corpo le
caratteristiche rudimentali di una delle sue armi più poderose, il
farmaco. Lungo
e travagliato il percorso della conoscenza, durante il quale le prime
osservazioni furon elaborate, perfezionate e trasformate in magiche
pozioni e queste a loro volta adeguate a singole condizioni, ferite e
malanni. Profondo
il travaglio creativo, tanto sentite le sofferenze dei primi pazienti, le
soddisfazioni e frustrazioni di guaritori e sciamani, di tutti coloro che
furon coinvolti in questo carosello di vita e di morte. Millennio
dopo millennio, logica e tecnica affinavan le armi, in un mirabile gioco
di squadra tra mani e cervello. Quel che all’inizio era solo rito divino
rivelato, assumeva dignità terrena: il farmaco era nato.
III. FARMACO O VELENO, DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA Mai
sapremo, come l’uomo abbia scoperto le tante virtù terapeutiche delle
piante le più disparate. Tante le ipotesi fatte, tra le quali quella
della rivelazione celeste: “ É molto evidente
che la scoperta delle piante medicinali sia opera degli dei o che, per lo
meno, una ispirazione divina abbia guidato i mortali che l’hanno fatta
“ (Plinio), oppure “ Dio non ha fatto scendere sulla Terra le malattie, senza averne,
nello stesso tempo, fatto scendere i rimedi “ (Maometto),
fino all’interpretazione cristiana: “ Fu il Signore a far crescere le piante medicinali dalla terra, e
l’uomo saggio non le disprezza “ (Ecclesiaste 38,4). Forse
fu il caso a guidare la mano e
la mente dell’uomo nella sua lotta per la sopravvivenza. Raccogliendo
bacche e radici, era fatale che prima o poi egli scoprisse che alcune
erano edibili, altre velenose o tossiche, altre infine dotate di azioni
specifiche utili. A
questo approccio empirico, se ne sovrapponeva col tempo un altro di tipo
animistico, quello della signatura. Essa
consisteva nel cercar piante con forme tipicamente antropomorfe, destinate
ad indicar organi umani ai quali esse corrispondevano e le relative
malattie, che si volevan curare. Ambedue
gli approcci, quello animistico e quello empirico insegnarono all’uomo a
convivere col mondo vegetale, sfruttandone le inesauribili ricchezze.
Sacerdoti, stregoni e sciamani s’impadroniron di questo tesoro, ideando
impieghi e rimedi e regolandone usi e consumi. Queste regolamentazioni
imposte al popolo dalle caste regnanti, furon spesso interpretate come
forme di schiavizzazione, mentre ebbero il gran pregio di limitare od
impedire gli abusi da parte degli utenti, salvaguardandoli. Così l’uomo
apprese a sfruttar gli effetti benefici delle piante medicinali, evitando
molti dei loro effetti indesiderati e dannosi. Riconoscendone l’utilità
l’uomo imparava anche a rispettarle, a limitarne la raccolta, a curare
il loro habitat ed infine ad addomesticarle, coltivandole laddove
possibile. Nasceva
così e proseguiva indisturbata per decenni, secoli e millenni un nuovo
mirabile tipo di simbiosi tra due creature viventi: l’uomo e la pianta. L’uso
del papavero si perde nella notte dei tempi. Capsule
e semi son stati ritrovati in svariate tombe neolitiche, confermando che
il loro uso era ben noto in passato. Numerose, fra le più antiche monete
greche, riportano incisa l’immagine del papavero, mentre la statua in
terracotta denominata “ La dea dei papaveri “ risale al XV secolo a.C.
Nell’iconografia classica, la notte il sonno e la morte son spesso
raffigurati inghirlandati da papaveri: gli antichi greci conoscevan le
proprietà narcotiche di questi splendidi fiori, coltivati sulle rive del
Nilo fin da tempi remoti. Demetra viene spesso raffigurata attorniata da
spighe di grano e capsule di papavero e durante la celebrazione dei
misteri eleusini in onore della dea, i fedeli facevan uso rituale di
droghe, tra le quali il succo di papavero. (Fig. 3). Eppur dalla
letteratura classica risulta che il consumo di oppiacei fosse moderato,
con abusi solo sporadici e di modesta entità. Gli
antichi libri della medicina indù non menzionano il papavero e l’oppio,
introdotti in India dai persiani e dagli arabi verso l’ottavo secolo
d.C.. La sua grande diffusione iniziò dappoi, verso il 1200, con la
conquista araba e l’instaurazione della dinastia Moghul. L’India
divenne quindi un gran consumatore di oppio per uso voluttuario e da gran
produttore si trasformò in importatore di droga prima di origine araba e
poi portoghese, che ne assunse il monopolio nel 1500. É
in questo periodo, che l’impiego dell’oppio da prevalentemente medico
passerà a voluttuario, venendo usato da strati sempre più vasti della
popolazione. L’oppio
veniva a quei tempi mangiato sotto forma di piccole sfere oppure infuso
nel vino o miscelato al miele e ad altre sostanze, confezionando dolci
molto ricercati. Questo modo di assumere la droga produce, a seconda della
quantità, uno stato di ebbrezza od una placida serenità, mentre la
tendenza all’aumento delle dosi e l’instaurarsi di una vera
tossicodipendenza è molto minore di quanto non lo sia fumandola od
iniettandola. In
India non si ebbero le gravi conseguenze di ordine economico, sociale e
morale, che colpiron la Cina, quando si iniziò a fumar l’oppio, o
quelli causati dalla somministrazione endovena di eroina, che sta
attualmente minando le società moderne. L’azione
più blanda dell’oppio, se mescolato a sostanze zuccherine, trova una
spiegazione nel più lento assorbimento e nei livelli cerebrali più
bassi. L’ingestione concomitante di zuccheri stimola, inoltre la
secrezione di serotonina nel cervello: quest’ultima crea un senso di sazietà
che diminuisce il rischio di aumento delle dosi. La serotonina esplica anche un’azione sedativa, sinergica a quella
dell’oppio. L’oppio
secondo l’uso indiano non attecchì in Cina, dove l’uso di questa
droga restò fin dagli inizi legato al vizio del fumo. Verso la fine del
1600, questo uso, ben radicato presso i ceti nobili e ricchi, tendeva a
diffondersi in strati sempre più vasti della popolazione, tanto da venir
bandito ufficialmente nel 1729 dallo imperatore Yung Ching. Fumar
l’oppio produce effetti devastanti: si instaura rapidamente assuefazione
e dipendenza e l’individuo diviene socialmente inutile e pericoloso.
Nonostante la proibizione, il commercio della droga divenne clandestino,
subendo svariate peripezie tra cui le due guerre dell’oppio tra Cina e
Gran Bretagna ( 1842 e 1856 ). Successivamente, l’impiego della droga
venne legalizzato con l’unico risultato d’incrementare le importazioni
e la coltivazione locale del papavero. Il
vizio di fumar l’oppio continuò ad aumentare e nel 1945 si contavano in
Cina ben 40 milioni di fumatori. Solo l’avvento del regime comunista
riuscì ad interrompere la nefasta spirale dell’oppio, grazie ad
una tragica ed implacabile repressione. La storia del consumo
dell’oppio in Cina rappresenta un drammatico esempio di come la simbiosi
pianta-uomo possa interrompersi e volgere al peggio.
IV. “MAMA COCA”, UNA GRANDE VITTORIA, UN’ATROCE VENDETTA Mama coca era uno degli appellativi della regina degli Incas: il dono di questo
prodotto rappresentava il maggior segno di stima che il re potesse
accordare ai suoi sudditi ( Fig. 4 ). Gli
appezzamenti di terra chiamati cocals,
in cui si coltivava la pianta, erano di esclusiva proprietà della
famiglia regnante e della nobiltà, rappresentando per essi la maggior
fonte di potere economico e sociale. La
vita nelle regioni andine è da sempre molto dura per le condizioni
climatiche avverse, per l’altezza e la carenza di ossigeno, per la
scarsità di acqua, per il suolo povero ed arso, per la scarsezza di fonti
di cibo, di animali di
piante, per gli scarsi raccolti, per il sole implacabile. La
vita è sempre stata in quelle contrade dura lotta per la sopravvivenza,
le risorse a disposizione strettamente limitate all’indispensabile. Mama coca, la pianta che permette ai più umili di lenire il morso di sete e fame,
di dimenticare sforzi e fatiche, di vedere il mondo tinto di rosa, era per
tutti, poveri e ricchi, dono divino: “...la coca ha la proprietà di permettere un massimo di fatica con il
minimo di nutrimento e di alleviare la difficoltà di respiro sui ripidi
fianchi delle montagne...” ( Markham, 1859 ). Per
le popolazione andine, le foglie di coca non eran prodotto voluttuario, ma
la principale risorsa per non soccombere. La coca ricopriva un triplice
ruolo: prodotto indispensabile per la sopravvivenza, oggetto di culto,
strumento di ordine e potere della classe regnante. La
coltivazione delle piante di coca è delicata e richiede sugli scoscesi
pendii andini molto lavoro; lo stesso dicasi per la raccolta e la
preparazione delle foglie contenenti il principio attivo, la cocaina. Per
ottenere l’effetto, un preciso rituale si impone: da una borsetta
chiamata chusca, si preleva un pizzico di foglie, si liberano dalle nervature
principali, si masticano lentamente sino a formare un bolo che vien posto
in un lato della bocca. Da un piccolo contenitore di legno chiamato poporo
si estrae con una bacchetta di legno una piccola quantità di llipta
o llucta, una particolare
miscela alcalina costituita dalla cenere di alcune piante e da calce. Con
essa si umetta il bolo. In tal modo, la cocaina
si libera e viene rapidamente assorbita dalla mucosa orale ... ed il
mondo si tinge di rosa ( Fig. 5 ). Secondo
le ferree regole andine, ogni lavoratore adulto consumava da uno a due
pugni di foglie al giorno ed il consumo era proporzionale al lavoro svolto
ed alla fatica sopportata. La presa di coca
( cocada ) veniva usata come unità di tempo e di lavoro: una cocada
corrispondeva al percorso fatto, tra una presa e l’altra, da un
portatore con un carico standard di circa 40 kg, ovvero a 3 km in pianura
e 2 km in salita. Cocada era
anche il tempo necessario in media per percorrere questo spazio, pari a
circa 40 minuti. L’intera
vita dei popoli andini era condizionata da mama
coca, senza che tale abitudine portasse ad eccessi o a problematiche
di carattere sociale e morale. Poco sappiamo invece sugli eventuali
effetti nocivi causati dall’assunzione cronica della droga, seppur a
dosaggio limitato: in particolare sull’azione tossica a livello del
sistema cardiocircolatorio e nervoso centrale, sull’eventuale
compromissione di alcune facoltà cognitive come la capacità di giudizio,
la memoria ed il comportamento, sulle conseguenze nelle generazioni
presenti del vizio degli avi, sull’esposizione alla coca durante le
gestazioni. L’uso
plurisecolare della coca da parte dei popoli andini dimostra come
l’assunzione di droghe potenzialmente dannose possa esser volta al
meglio se ben regolamentata in un contesto sociale stabile ed organizzato. Mama coca insegna un altro interessante caso di simbiosi pianta-uomo, che non
finirà relegato sui nevosi pendii delle Ande, ma strariperà verso lidi
lontani: L’Europa ed ovunque per il mondo. Nel
1898, Willstaetter riusciva a determinare la costituzione chimica della cocaina, componente principale di mama coca, e nel 1901 fu realizzata la prima sintesi
dell’alcaloide. Questi studi come pure quelli precedenti (1884),
sull’azione anestetica locale di superficie e quelli di Reclus (1890)
sulla anestesia tronculare, cefalorachidiana e peridurale, aprivano nuove
eccezionali possibilità alla chirurgia. Mama
coca, con la cocaina e la nuova
classe degli analgesici sintetici, vinceva una grande battaglia, con
conseguenze difficilmente prevedibili sul futuro della medicina moderna e
dell’umanità. Accanto
a questi studi eminentemente scientifici, si avvicendava quello più
animistico sulle proprietà toniche ed energetiche degli estratti completi
di droga. Nella seconda metà dell’800, l’Europa verrà invasa da una
marea di preparati a base di coca, usati come energetico per gli sportivi
(Fig. 6), stimolante psichico per gli intellettuali, supporto terapeutico
nei trattamenti disintossicanti dall’alcool e dalla morfina,
ricostituente e tonico nelle malattie nervose, nella tisi, nella malaria,
in varie forme debilitanti, nella vita quotidiana del “paziente
cosidetto sano”. Spinti
e sostenuti da abili campagne pubblicitarie, fondate su lavori di scarso
valore scientifico, i prodotti a base di coca raggiunsero vendite
mirabili, verso la fine del secolo scorso. Nei primi decenni del 900, si
levaron sempre più voci contrarie, quando ci si rese conto che questi
prodotti non eran di valido aiuto nelle malattie debilitanti, mentre
notevole era il rischio di crear assuefazione passando, cosa frequente,
dai preparati più blandi a base di estratti, alla droga più pura. Il
mercato crollò, il legislatore subentrò bandendo i preparati a base di
coca ed a partir dal 1920 coca e derivati scomparvero. Sparirono
totalmente i ricostituenti ed in molti farmaci la coca venne sostituita da
altri principi più attivi e meno nocivi. Il
vaso di Pandora era stato tappato, ma
ahimé troppo tardi: il cocainismo
si era oramai diffuso a macchia d’olio in Europa e Stati Uniti.
Negli ultimi 30 anni, il numero di coloro che assumono abitualmente questa
droga è salito alle stelle, specialmente da quando ha iniziato a prevaler
l’uso di fumare il crack, una
micidiale miscela costituita prevalentemente da cocaina
base. Il
consumo di coca è divenuto esclusivamente voluttuario in occidente, dove
rappresenta, con l’attuale trend dei consumi, uno dei rischi maggiori
per il singolo individuo e la comunità. La
diabolica scoperta che fumando il crack
si potenzian drammaticamente effetto e tossicità della coca, richiama
alla mente quanto successe con l’oppio, passando dall’India dove
veniva mangiato, alla Cina dove venne fumato. Mama coca era per le popolazioni andine un prodotto esistenziale non voluttuario
ed il suo uso si protrasse per secoli senza eccessivi problemi. Approdato
in occidente esso ha perso le sue caratteristiche originali di impiego,
divenendo un prodotto ad alto rischio, puramente voluttuario. Strappato
da mani rapaci al suo habitat naturale, mama
coca Regina degli Incas, sta consumando la grande vendetta: l’annientamento del
conquistador.
V. LA PALLOTTOLA MAGICA Così
il Prometeo di Eschilo descrive i due doni che egli fece all’uomo:
l’oblio dell’ora della morte, dovuto a quel “farmaco” che è la
“speranza, che non vede”, ed il fuoco. Secondo
i vecchi greci, il farmaco era anche sinonimo di veleno, intreccio di vita
e di morte avvinghiate in un indissolubile amplesso. Fino ad ieri
confinato nei riti di guaritori indiani, cinesi, egizi, di vecchi sciamani
amerindi, oggi assurto a possente arma biochimica: pallottola magica
contro sofferenze, dolori e malanni. Anche
in questo ramo dello scibile umano, il progresso fu lento e tortuoso: solo
dopo il parto sofferto della scienza sperimentale, l’arte antica di Siduri [2], Iside [3]
e Circe [4] sarebbe divenuta
scienza esatta: così assieme ad altre scienze, si sarebbe evoluta la
farmacologia, un paio di secoli fa. Nel
tempo, tanti cambiamenti in bene ed in male sconvolsero il mondo: alcuni,
molti di più di quelli che forse pensiamo, grazie alle scienze ed al loro
progresso. Il miglioramento delle condizioni alimentari, l’estensione
delle vaccinazioni a tutto il pianeta, il perfezionamento della
diagnostica, della farmacoterapia e della chirurgia ci regalavano una
maggiore aspettativa di vita. La mortalità neonatale ed infantile
regrediva nei paesi più ricchi, spingendo la vita media all’insù:
basti pensare che solo metà dei nati arrivava a 14 anni tre secoli fà,
appena un quinto raggiungeva i 40 e che su mille neonati, trecento
morivan. Notevoli
i progressi e successi di tutte le scienze. Quelli della farmacologia
potrebbero venir lapidariamente riassunti così: prima
dell’etere, del cloroformio e degli anestetici generali, chirurgia
significava agonia [5]; prima
del cortisone, dei cortisonici e degli antifiammatori non steroidei,
l’artrite significava sedia a rotelle; prima
della penicillina, dei sulfamidici e degli altri antibiotici ed
antibatterici sintetici, il tifo, la polmonite, la setticemia, la
meningite, la febbre puerperale, la tubercolosi, la lebbra e tante altre
infezioni rappresentavano l’anticamera della morte; prima
dell’era degli antibiotici le infezioni dopo interventi chirurgici erano
all’ordine del giorno e la mortalità postoperatoria era molto elevata; prima
della ciclosporina, dei cortisonici e di altri immunosuppressori, i
trapianti erano sinonimo di rigetto; prima
dell’aspirina e degli altri antidolorifici anche un semplice mal di
testa o mal di denti ti mettevano al tappeto; prima
degli psicofarmaci i cancelli dei manicomi restavano chiusi per sempre: la
schizofrenia, l’epilessia ed il morbo di Parkinson erano veri flagelli,
la depressione rappresentava l’anticamera del suicidio, l’ansia
paralizzava ogni attività; prima
dei vaccini contro la difterite, il morbillo, la pertosse, il tetano, la
poliomelite, l’epatite ed il vaiolo i tuoi figli rischiavano di morire o
di restare menomati, perfino cerebrolesi o storpiati; prima
degli antitumorali il cancro era senza speranze per giovani ed anziani; prima
dell’insulina e degli ipoglicemizzanti orali, per i diabetici le campane
suonavano a morte; prima
degli antidepressivi, degli anticoagulanti e degli antiaggreganti,
l’ipertensione significava infarto, od ictus cerebrale a breve scadenza; prima
del chinino e derivati, la malaria era condanna senza appello; prima
della morfina il malato terminale non moriva; crepava tra sofferenze
atroci; prima
della digitale, della nitroglicerina e degli antiaritmici, per tanti
cardiopatici ogni sorger del sole significava nuovi terribili affanni, la
continuazione cosciente di una lunga agonia. Risultati
evidenti. Resta
controverso tuttora, quanto igiene ed alimentazione, farmacologia e
medicina abbian contribuito singolarmente al miglioramento della vita,
della sua qualità e durata. Troppi
i fattori coinvolti, gli effetti incrociati, le tante interazioni
sinergiche: diabolico groviglio che giammai verrà dipanato.
VI. LA GRANDE ILLUSIONE Negli
ultimi centocinquanta anni, la farmacologia compiva passi da gigante,
ponendo le basi per la nascita della industria farmaceutica. La
formazione di grossi complessi industriali permetteva di razionalizzare
produzione e distribuzione, di garantire una penetrazione rapida e
capillare ovunque sul pianeta, di favorire standardizzazione e qualità
dei prodotti. Ne risultava un business
gigantesco, che generava ingenti profitti. Parte di questi,
reinvestiti nella ricerca, scatenava una vera e propria valanga di nuove
medicine; ben oltre il previsto. A volte novità più attive ed efficaci,
a volte semplici copie ( cosidetti métoos ) [6]. Il loro consumo sarebbe comunque cresciuto ed avrebbe
ridotto l’incidenza di svariate patologie, almeno nei paesi più ricchi. Grazie
ai progressi congiunti di alimentazione ed igiene, farmacologia e
chirurgia, questo secolo ha quindi portato ad un generale miglioramento
della salute dell’uomo. Eppur in questo euforico clima, emergono alcuni
inquietanti risvolti, conseguenza diretta della avvenuta rivoluzione
biomedica. L’ampia
e spesso indiscriminata disponibilità metteva il farmaco alla portata di
tutti: talora di medici e pazienti non edotti dei rischi del farmaco
industriale e del suo impiego su larga scala. Ciò
causava un aumento dell’incidenza degli effetti collaterali indesiderati
e l’insorgenza di nuove patologie iatrogene, da abuso ed errato impiego.
La corsa al farmaco veniva amplificata dai mezzi d’informazione quale
rimedio finale per ogni
malanno, in un perverso crescendo. Venivan coinvolti così anche i falsi
malanni, quelli causati da cattive abitudini alimentari ed errato stile di
vita. Più
che malati bisognosi di cure, spesso perciò comportamenti sbagliati,
abilmente sfruttati per lucro, da personaggi ed aziende prive di scrupoli. Nei
paesi industrializzati e di riflesso perfino in quelli più poveri,
cresceva un insostenibile spinta all’utilizzo del farmaco, anche se
improprio, anche laddove non necessario. Facile quindi lo scivolone nel
baratro del consumismo, l’inarrestabile corsa alla grande illusione
della panacea di tutti i mali. Rotti
gli argini dell’autocontrollo, esplodeva la richiesta sfrenata del
farmaco: cresceva la corsa all’antibiotico per un raffreddore od una
semplice influenza, all’antiulcera al primo bruciore di stomaco,
all’antidolorifico per un blando mal di testa o di denti,
all’antifiammatorio per qualsivoglia dolore articolare, allo
spasmolitico per ogni piccolo crampo, al lassativo per l’intestino
pigro, al diuretico per il chilo di troppo, all’antitosse contro la
bronchite del fumatore, agli ansiolitici ed antidepressivi al primo
ostacolo esistenziale. Per
non parlare della marea di sonniferi, tranquillanti, stimolanti ed altri
psicofarmaci, della miriade di integratori vitaminici e minerali, dei
tanti preparati dermocosmetici ed oftalmici, che affollano i banconi di
farmacie e supermercati. L’abuso
del farmaco si riflette, in un circolo vizioso senza fine, sulle abitudini
alimentari e sullo stile di vita. Il consumo sregolato degenera in
iperconsumo bulimico, il quale periodicamente dovrà cedere il passo a
privazioni e cure di senso opposto: “l’ossessione dietetica e
l’ossessione della linea moltiplicano i timori narcisistici e i capricci
alimentari, tengono vivo il culto dispendioso delle vitamine, degli
oligoelementi”, dei prodotti dietetici, degli integratori alimentari. Il
consumatore diviene succube del mercato ed il produttore subordinato a
quest’ultimo: alla fine della perversa spirale avremo un “consumatore
finalizzato al prodotto e non più soltanto un prodotto finalizzato al
consumatore” (Gadamer) (Fig.
7). Il
farmaco inteso non più quale rimedio per seri malanni, bensì quale
strumento per zittir la propria cattiva coscienza, quale suppellettile per
magnificar le prestazioni di corpo e mente, sia di giorno che di notte. Il
farmaco diventa parte integrante di uno stile di vita spesso aberrante,
arma antistress, antidanno ed antidisagio.
Da qui inizia il breve cammino verso il
rito della pillola giusta al momento giusto, parte essenziale del
nuovo rituale moderno. Lo
stimolante alle prime luci del mattino per snebbiare il cervello,
l’ansiolitico per contrastare il capoufficio aggressivo, la “sniffatina”
per dominare avversi colleghi, antiulcera ed antiacidi a manciate ad ogni
colazione di lavoro affrettata, l’immancabile drink per socializzare con
amici e colleghi, per sopportar meglio le beghe domestiche. Ed
infine, ultima spiaggia dopo una stressante giornata, un blando sonnifero,
per scivolare dolcemente tra le braccia protettrici di Morfeo.
VII. LA DROGA, CULTO DELL’INGANNO
Il
nuovo approccio al farmaco rappresenta un nuovo stile di vita, che
lentamente si trasferirà alla famiglia e verrà assimilato dai figli. In
poche generazioni, strariperà le barriere sociali esistenti, dilagherà
fino ai ceti più poveri, inonderà perfino paesi dove si muore di fame. Per
i filosofi greci sinonimo di veleno, il farmaco diviene ora emblema di
vita, soluzione facile rapida sicura efficace dei tanti problemi del
giorno, sempre ed ovunque. Sinonimo
di veleno tuttora, eppur panacea che riuscirà a lenir ogni dolore, a
dipingere il mondo di rosa, a farci sentire più grandi più forti, quasi
invincibili, quasi immortali. L’uso
del farmaco così stravisato, degenererà fino all’estrema frontiera, ai
paradisi artificiali, al culto di droghe leggere e pesanti. Oggi
l’abuso della droga dilaga e tutti si chiedon perché. Saltate
le barriere protettive di scuola, religione e famiglia, l’odierna corsa
sfrenata alla droga richiama alla mente l’angoscia dell’uomo, di
sempre: sfuggir ad un ambiente rissoso ed ostile, ingannando se stessi. L’uso
di sostanze stupefacenti era ben conosciuto fin dall’antichità più
remota, seppure spesso ristretto a pochi iniziati. L’attuale
disponibilità planetaria, crescente a ritmi vertiginosi, di una miriade
di droghe per alterare umor e stato d’animo, non ha invece precedenti di
sorta. I
Veda nell’antica India, decantavan le proprietà mistiche e palliative
del magico soma; gli antichi sumeri ed egizi adoravan le proprietà inebrianti
dell’alcool, dono celeste di Siduri
ed Iside per fugar ogni
pena, i greci inneggiavano al culto di Dionisio
i romani a quello di Bacco;
gli amerindi avevano a portata di mano una vasta gamma di piante ricche di
alcaloidi psicoattivi; i cinesi avevan scoperto l’azione stimolante del
the; i popoli mediorientali quella obnubilante dell’oppio; gli arabi
quella del caffè. Gli occidentali del novecento hanno sviluppato l’uso
della marijuana, della cocaina pura, dell’anfetamina, del crack,
dell’ecstasi, di una miriade di droghe sintetiche. Nell’antichità,
la scoperta della azione piacevole e l’impiego diffuso delle droghe è
avvenuto, in maniera del tutto indipendente, presso culture diverse, in
località geograficamente distanti ed isolate le une dalle altre. Civiltà
che non avevan alcun contatto tra di loro, come ad esempio quelle degli
Incas ed Aztechi, sconosciuti nell’era precolombiana ai popoli
occidentali e viceversa. Questo
aspetto, spesso trascurato dagli storici moderni, conferma che il culto
delle droghe protese a creare una realtà virtuale piacevole da
contrapporre a quella quotidiana, possiede profonde radici nell’animo
umano: esso fa parte di un culto ben più vasto e radicato, quello
dell’inganno (16,17). Il
consumo di sostanze psicoattive è recentemente cresciuto oltre ogni
limite e previsione: basta considerare i consumi di caffeina, aspirina ed
alcool. (Fig. 8). Al
primo psicofarmaco maggiore, la cloropromazina introdotta nel 1955,
seguivano a ritmo crescente altri neurolettici, ansiolitici,
antidepressivi, stimolanti, nootropi. Fino ad arrivare a consumi
stratificati per età o generazione: gli antidepressivi per gli anziani, i
tranquillanti per la mezza età, l’alcool e gli stimolanti per gli
adulti giovani, i mindexpanders
(espansori della mente) per la gioventù [8]. Per
i più poveri, per gli emarginati, per i ghettizzati delle metropoli del
nord e del sud, non più i poetici fiori di loto di Ulisse,
le magiche pozioni di Circe, i
filtri di Siduri ed i vini di Bacco,
bensì colle, benzine, solventi per vernici, sprays e prodotti per
l’igiene della casa. Un fornitissimo bar per cocktails ultramoderni, da
mescolare ed inspirare in un turbinio di allucinazioni fatali. Nuovi
paradisi artificiali, frutto della disperazione, di una società allo
sfascio, traghettano i consumatori a tristi lidi senza ritorno. Sfortunati
i pochi, che ritorneranno col cervello distrutto, e mai capiranno il perché. Eutanasia
del dolore e della coscienza.
VIII. UN’INSOSTENIBILE DISARMONIA Molteplici
son le motivazioni di questa corsa sfrenata all’eutanasia della
sofferenza, del dolore e della coscienza. Rilevante diventa sia presso
adulti che giovani, l’effetto trainante di una sottocultura edonistica,
ispirata alle immagini proposte dai media. Nei
paesi più ricchi, dai quartieri benestanti all’ultimo ghetto, fa scuola
il successo: quello dell’attrice procace pervasa di sesso; quello
dell’attore prestante, atleta, manager; quello dell’uomo forte,
imposto con prepotenza da stampa, cine e TV. Nei
paesi più poveri, si scimmiotta il dubbio modello dei ricchi. Modello
di forza imponente, parrebbe. In realtà clamoroso esempio di fragilità,
come chiaramente traspare dalla sigaretta accesa di giorno e di notte, dal
whisky e dalla cocaina a portata di mano, da tanti altri piccoli segni. Il
continuo stato di aggressività palese o latente in cui versa quest’uomo
giovane o adulto che sia, non fa’ che mascherar una profonda debolezza
interiore, spinte emozionali frequenti e mal controllate, un carattere
malfermo, oscillante come candele al vento tra timidezza e violenza. Questo
modello di comportamento virtuale venduto dai media, viene assimilato fin
dall’adolescenza, diviene modello di vita reale. Il passaggio dalla
semplice sigaretta all’alcool, alla marijuana, alla coca, ad altri
psicostimolanti ed infine all’eroina, può esser facile e breve: per
molti un passaggio quasi obbligato, un salto di qualità. Questa
esperienza rappresenta, per buona parte dei giovani, un rito saltuario,
che tenderà ad estinguersi, con la maturità, nel volger degli anni. Per
un’altra parte meno numerosa, quella dei drogati e tossicodipendenti,
assumerà carattere duraturo, irreversibile spesso. Anche in questi
sventurati, gli albori della dipendenza si ritrovan nell’adolescenza.
E’ questa l’età vulnerabile, nella quale i più deboli ed i più
predisposti cederanno all’illusione di sedar con la droga l’ansia, la
rabbia o la depressione, che si portan dentro, per cause genetiche ed
ambientali. La
pubertà, periodo di gran cambiamenti, di profonde burrasche biologiche,
sottopone il bambino ad una insostenibile pressione emozionale, ad un calo
di fiducia in se stessi ad un aumento di autoconsapevolezza. E’ questo
il momento più critico, quando avviene la prima esposizione a sessualità,
alcool e fumo ed alle tante tentazioni della vita moderna. In
questo periodo, si scopre la droga, che verrà recepita ed intesa come
farmaco, panacea per l’automedicazione. Riallacciandosi all’impiego
spesso smisurato dei farmaci in famiglia ed ai loro buon risultati,
l’uso della droga fa’ presa, può divenir parte integrante del
comportamento del singolo come del gruppo: attività tribale da consumarsi
secondo preciso rituale. Un’altro
fenomeno inquietante compare, accanto al dilagar della droga:
l’esplosivo aumento di violenza e criminalità minorile [9]. I
due fenomeni, violenza minorile e droga, non sono necessariamente l’uno
causa dell’altro. Eppur essi hanno radice comune nel calo
dell’autocontrollo e della capacità di giudizio, caratteristici delle
nuove generazioni. Questi due aspetti sono a loro volta collegati alla
rottura degli argini forniti nei tempi passati, da scuola, religione e
famiglia. La bellezza è armonia, il degrado è
disarmonia: in questo adagio risuona l’influenza della vecchia
cultura ellenica, riecheggian le armonie di Pitagora e della sua scuola. La
percezione della forma intesa come bellezza ed il riconoscimento degli
equilibri armonici della natura, svolgono un ruolo preciso, perfino in
problemi ambientali. Una persona sensibile agli equilibri della natura e
degli ambienti di vita, tenderà spontaneamente ad impedire la
distruzione, grazie allo stretto rapporto che esiste tra degrado
ambientale e degrado sociale e morale. Analogo rapporto esiste tra
l’esplosione di droga e violenza ed il degrado degli ambienti nei quali
questi fioriscon. Il
rispetto per la natura, l’amore per il creato e le bellezze naturali,
sono espressioni di una armonia superiore, percepibile da pochi. L’attitudine
a riconoscere armonia e disarmonia nelle forme, nei suoni, nei colori,
nelle bellezze naturali, è solo parzialmente innata: come ogni altra
funzione, richiede insegnamento, apprendimento, allenamento. Droga
e violenza, diabolico intreccio frutto della società dei consumi,
rappresenta un pericolo strisciante spesso esplosivo: la droga genera
violenza e la violenza si rifugia nella droga. Due
fenomeni di cruciale importanza per le generazioni future, sia ricche che
povere e la cui soluzione non può essere liberalizzazione o repressione,
bensì fondamentalmente educazione e progresso sociale. Progresso
sociale significa, miglioramento delle condizioni di vita dei ceti più
poveri e più esposti alle tentazioni dei paradisi artificiali e dei
facili guadagni. Educazione
significa, avviare fin dai primissimi anni di vita, una miglior educazione
all’autocontrollo, al rispetto del prossimo, all’autoconsapevolezza,
al controllo delle emozioni, ad una migliorata capacità di affrontare gli
stress, ad una minor solitudine
nei rapporti sociali, ad un migliorato senso di responsabilità, ad una
maggior capacità di comunicare e risolvere i conflitti interpersonali. Educazione
significa anche, condurre fin dai primissimi anni di scuola, una
persuasiva informazione sulla illusorietà dei paradisi artificiali e
sulle conseguenze nefaste del consumo, anche saltuario, di tutte le
droghe. Nessuna
esclusa, sia leggera che pesante.
IX. L’ULTIMA SPIAGGIA Durante
il novecento e la seconda metà dell’ottocento, imponenti son stati
conquiste e successi della farmacologia (Fig. 9). Ciononostante,
fermenta e ribolle vieppiù la critica verso la scienza del farmaco. Sempre
più spesso, esso viene bollato come frutto di satana; il farmacologo
viene esorcizzato da ambientalisti e protettori degli animali alla stregua
di vecchi stregoni di medievale memoria; l’industria farmaceutica
diviene sinonimo di furto, rapina e malaffare. Da
più parti si invoca un ritorno a madre natura, dimenticando quanto essa
sia stata matrigna coi nostri progenitori, in passato. Si
sente auspicare un ritorno ai vecchi rimedi: ma quali prodigiosi rimedi se
veri rimedi non c’erano, ma solo panacea sofferenza, fatalismo e tanta
superstizione (Fig. 10). A
gran voce, si parla, si grida, si scrive sui media di terapie alternative,
che spesso terapie non sono, bensì approcci irrazionali e pratiche
ambigue. Da
più parti si sente invocare la medicina alternativa al posto di quella
ufficiale, speculando sull’ambiguità degli aggettivi alternativo ed
ufficiale. Medicina
alternativa l’ultima spiaggia. Perfino nei paesi più progrediti, cresce
la schiera di coloro che disertano il medico di famiglia, per consultare
chiropratici, pranoterapeuti, massaggiatori, agopuntori, erboristi e
medici omeopati [10]. Tra tutti questi, di gran lunga più richiesti sono
i chiropratici; ma non solo per le lombalgie ed altri traumi articolari,
dove la loro validità sembrerebbe comprovata, bensì anche
per altre condizioni come depressione od otite, dove manca
qualsiasi logica prova di utilità. Queste
scelte paion perciò motivate da spinte emotive più che razionali, dal
desiderio di maggior partecipazione ai propri malanni, di maggior empatia. Fors’anche
dal desiderio represso di svolgere un ruolo più attivo, di partecipar
alle pratiche in prima persona, richiamando dallo inconscio profondo
magici riti di lontani tempi passati. Questa
irrazionalità velata avvantaggia le pratiche alternative rispetto a
quelle ufficiali. Le
prime, pervase da un’olistica e quasi mistica visione dell’individuo,
sono molto attente nel rapporto personale al paziente, pur essendo del
tutto sprovviste di validi studi su rischi e benefici connessi. Le
seconde, più attente al sintomo seppur scarno esso sia, son succubi del
mito dell’efficacia e della verifica, sperimentale obiettiva e
quantitativa [11]. Esse mettono il rapporto rischio-beneficio in grande
rilievo, calcando l’accento sugli effetti indesiderati e collaterali col
risultato di terrorizzare spesso parenti e pazienti. Povero
paziente: più di venir curato egli desidera sentirsi meglio ed amato. Le
pratiche ufficiali spesso curano ma non fanno star meglio. Quelle
alternative non curano, ma fanno star meglio chi sta bene, senza saperlo,
e talvolta chi soffre. Dando
briglia sciolta a logica e fantasia, oltre alla medicina potremmo
immaginar altre scienze alternative. Per
esempio, una chimica alternativa che in bizzarri alambicchi combini atomi
strani e molecole alternative; una fisica alternativa che giocherelli con
protoni, neutroni, quark ed elettroni alternativi impazziti; o perfino
un’ingegneria alternativa alquanto bislacca. Quest’ultima in grado di
progettar e costruir ponti, dighe e grattacieli, rincorrendo nuovi
principi di statica ed idraulica originalmente alternativi. Le
fondamenta sulle quali si basan le terapie mediche sia antiche che
moderne, da Ippocrate e Galeno a tutt’oggi o ben prima di loro, son di
natura biochimica: par proprio che non vi sia alternativa. Le
radici di ogni prassi terapeutica affondan nella biochimica, la scienza
che governa nascita, vita e morte sul pianeta e forse nell’universo. Perfino
nei farmaci più antichi, quelli della medicina popolare, quelli di vecchi
sacerdoti, guaritori, stregoni e sciamani, ritroviamo meccanismi di
azione, leggi e principi biochimici: sono gli stessi che sono alla base
dei farmaci allopatici odierni.
X. LA MORTE, GRANDE NEMICO Nella
seconda metà del Novecento, i vistosi progressi della genetica nello
studio dell’organismo umano, danno l’avvio ad una profonda quanto
silente innovazione metodologica della clinica medica, forse maggiore di
quella conseguente allo sviluppo della immunologia e discipline associate. Da
questi studi emergerà sempre più credibile l’ipotesi, che sia proprio
il patrimonio genetico a condizionar le reazioni difensive del singolo
verso tanti malanni [12]. Perfino
nelle malattie infettive, nel decorso delle quali sarà il patrimonio
genetico del singolo a modulare, ultimo arbitro, la risposta immune. Pur
senza arrivare alla conclusione estrema che non vi siano al mondo malattie
ma solo malati, si farà strada tra clinici e pazienti l’opinione, che
ogni malattia vada considerata ed interpretata in chiave individuale,
quasi personalizzata, e che ogni malato abbia una risposta immune
peculiare, non ripetibile. Questa
interpretazione relativistica di malattia e perciò terapia, acuirà la
sensazione aleggiante di imprevedibilità dell’una e dell’altra:
imprevedibile la prima, sempre più evanescente la seconda. L’insicurezza
del medico fomenterà lo scetticismo del paziente di fronte ad ogni
malanno, aumentando le difficoltà nell’affrontarli sul piano
diagnostico e terapeutico. Sistemi
immunitari individuali, quasi ribelli, sorti obbedendo alle leggi del
caos, sfornano nell’ambito di ferrei programmi globali, risposte immuni
personalizzate, differenti da individuo a individuo: identiche malattie
avranno differenti decorsi, identici farmaci differenti risultati tra vari
pazienti. L’insicurezza
crescente contagerà medico e paziente, sfociando nella reazione più
irrazionale, la sublimazione della speranza. Speranza di cogliere
risultati terapeutici fausti anche in casi nefasti, senza speranza.
Speranza nell’irrazionale, che portiamo gelosamente nascosta nel
profondo di noi, del nostro inconscio, fin dai tempi remoti. Portata
agli estremi, questa speranza degenererà nell’ accanimento
terapeutico, volto a tentare strategie sempre nuove di cura anche se
irrazionali da parte del medico e prescrizioni diverse e spesso
contrastanti da parte di pazienti e parenti. Rincorrendo
l’effimero sogno di Faust, la morte non verrà considerata più un
evento naturale inevitabile, ma un nemico terribile da sconfiggere sempre,
ovunque, a qualsiasi prezzo. La
morte verrà dipinta come un incidente biochimico, procrastinabile con
opportune misure, forse evitabile. La
vita media dei giovani ateniesi del secolo d’oro di Pericle, è balzata
dai 30 ai 70 anni di oggi. Ma già si parla di 80, 90. C’è chi promette
100 come prossima meta, chi discetta che i 120 non sono un miraggio, chi
prospetta la vita senza morte. Allora l’immortalità non sarà più
affidata alla procreazione ed al ricambio generazionale, bensì ad astute
manipolazioni biochimiche. Questo
rifiuto della morte, nuovo culto della società dei consumi, verrà
abilmente sfruttato favorendo l’esplosione della geriatria nelle sue
varie discipline, le pratiche alternative, la moda dei trapianti
d’organo, fino a trasformarli in industrie fiorenti.
XI. L’ATTRAZIONE PER L’IRRAZIONALE Nonostante
il progresso di scienze e culture, la superstizione regna sovrana non solo
nei paesi dove si muore di fame, ma anche in quelli più ricchi. L’attrazione
per l’irrazionale ha radici profonde, difficili da estirpare anche nelle
menti più colte. Una delle manifestazioni più tipiche è rappresentata
dall’animismo, il quale
continua ad essere una forte componente della vita moderna, a meno di non
venir controllato da un’educazione scientifica forte ed opposta. L’animismo consiste nell’attribuzione di aspetti del proprio io (ego)
ad oggetti esterni del mondo, come pure ad eventi, e si basa sulla
confusione egocentrica tra ciò che fa parte di noi e ciò che ci
circonda. L’animismo trova la sua origine nell’egocentrismo primordiale, che
possiede ognuno di noi da tempi remoti. Da quando l’ominide non era
ancora in grado di valutare il mondo circostante oggettivamente, cioè per
quello che è e non per quello che pare. Esso regna sovrano nella prima
infanzia, quando il bambino non è ancora in grado di distinguere tra sé
ed il mondo circostante, tra il volere e l’ottenere, tra i suoi pensieri
e quelli degli altri. Con
la crescita e la presa di coscienza del mondo esterno, il bambino evolve
il suo atteggiamento da soggettivo ad oggettivo, fino a trovare da adulto
un punto di equilibrio, caratterizzato da una visione ed interpretazione
oggettiva della realtà esterna, modulata da dosi variabili di
egocentrismo. Questo
equilibrio tra visione oggettiva e soggettiva è talvolta precario e non
sempre l’individuo è in grado di discernere perfettamente tra idee e
realtà: adolescenti ed adulti molto sensitivi sono spesso così
impressionati dai propri pensieri, da ritenerli assolutamente reali. In
maniera del tutto analoga, gli incantesimi magici, le superstizioni, i
vari riti di stregoneria, la preghiera e le religioni si basano sulla
credenza egocentrica nell’assoluta onnipotenza delle proprie parole,
atti, pensieri e desideri. L’egocentrismo
rappresenta perciò una interpretazione “infantile” della realtà,
destinata ad evolversi con l’età in una visione prevalentemente
oggettiva. Esso sopravvive al trionfo della ragione come componente
dominante della personalità e resta alla base delle arti,
dell’innovazione, del comando e di tutte quelle attività umane
creative, nelle quali l’espressione diretta dell’ego
del singolo giocherà un ruolo decisivo. In
questo senso, esso rappresenta una delle caratteristiche più affascinanti
della personalità umana e rispecchia la primordiale inclinazione della
nostra mente. Esso non potrà che scontrarsi col mondo scientifico
moderno, il quale ha innalzato sull’altare ragione e osservazione,
detronizzando fede e speculazione. Sulla
base di queste premesse, sembra meno arduo comprendere l’uomo moderno,
candela al vento fluttuante perennemente tra egocentrismo ed oggettivismo,
tra sogni e realtà ed alcune delle sue bizzarre manifestazioni: c’è
chi prende o prescrive rimedi omeopatici convinto della loro utilità, pur
sapendo che essi non contengono nemmeno una traccia, nemmeno una molecola
del principio attivo originale. Alla stregua del vecchio bifolco medievale
che cercava di curarsi bevendo il sangue di un rospo od applicando
ragnatele ed impacchi di sterco sulle ferite. C’è
chi credeva nelle visioni della Vergine, degli angeli e demoni, tema
medievale prediletto, c’è chi oggi professa, su scala planetaria,
statue piangenti lacrime e sangue o beventi latte. C’è
chi oggi si rivolge a cartomanti ed astrologi, alla stregua dei vecchi
egizi, greci e romani, i quali cercavano auspici esaminando fegato e cuore
delle vittime sacrificate od interpellando gli oracoli. E
tanti altri sono gli esempi.
XII. TRASFORMAZIONE DI UNA REGINA La
civiltà dei consumi si è impadronita dell’arte del guaritore, la
medicina, in tutti i suoi molteplici aspetti. La
produzione su scala sempre più vasta ha ridotto la pallottola magica dei
vecchi guaritori, stregoni, sacerdoti, sciamani in un farmaco planetario
di massa. Non
c’è più l’amara pozione, allestita in segreto, somministrata con
magici riti dai vecchi stregoni. Non
esiste più la pallottola magica prescritta con tanta autorevolezza dal
medico di famiglia. Non
c’è più la ricetta magistrale pazientemente spedita dallo speziale. Non
esiste più l’amara medicina, amorevolmente somministrata dalla madre al
cospetto dell’intera famiglia, tra voti e preci con sacro rituale. Pallottola
magica, da regina dell’umana commedia, sei divenuta prodotto di massa,
prodotto di consumo volgare, alla stregua del detersivo da supermercato. XIII. LA MORTE MECCANICA Sofferenza
e dolore sono etimologicamente equivalenti, seppur esprimendo concetti
diversi: la stessa sensazione dolorosa, dovuta al medesimo stimolo esterno
od interno, si tradurrà in sofferenza sia mentale che fisica. Il dolore
vien trasformato in sofferenza, la cui durata ed entità varierà da
individuo a individuo, o nello stesso individuo in tempi e momenti
diversi. La stessa sensazione dolorosa causerà sofferenze diverse, a
seconda degli individui. Lo stimolo doloroso verrà individualizzato,
personalizzato: acquisterà un’anima. L’individuo farà proprio il
proprio dolore, trasformandolo in umana sofferenza. Questa varierà da
individuo a individuo, così come varieranno le risposte e le reazioni
alla sofferenza, in un variopinto turbinio di comportamenti, in un
caleidoscopio di sensazioni. La
sofferenza diviene espressione vissuta dell’animo e della cultura. Le
varie culture esprimono sofferenze diverse agli stessi dolori,
assorbendole nel loro sistema di vita; le caricano di senso modulando
comportamenti adeguati, educando a sopportare e soffrire. Esistono
varie soglie dolorifiche da individuo a individuo: vi sono, cioè,
individui più o meno sensibili, la cui sensibilità può variare col
tempo. Le
culture tendono a livellar queste soglie, a responsabilizzar gli individui
verso i propri comportamenti, a sopportar con dignità e fermezza ogni
male fisico e morale. Nell’antichità, si veniva educati a convivere con
i propri malanni e difetti e con le proprie afflizioni, a considerare i
malanni inevitabile retaggio dell’umana condizione. Tutte
le culture tradizionali hanno sviluppato spiegazioni religiose e mitiche
di sofferenza e dolore: per i musulmani esso è Kismet,
destino voluto da Dio; per gli indù è Karma,
un fardello che ci trasciniamo dietro dalla precedente incarnazione; per i
cristiani un peso santificante del peccato originale. Per
gli ippocratici il dolore era un utile strumento di diagnosi per indicare
al medico quale specie di armonia ritrovar nel paziente: essi distinguevan
varie specie di disarmonia, ognuna delle quali provocava un particolare
dolore. Per i greci il dolore, era il riflesso dell’evoluzione e della
sofferenza dell’anima, il suo modo di viverla. Non si poteva disgiungere
la felicità dal dolore e se nel corso della cura il dolore spariva,
questo non veniva considerato il principale obiettivo dell’intervento
medico. A
quei tempi il corpo non era stato ancora strappato dall’anima, né la
malattia dal dolore. Le stesse parole indicavano dolore fisico e
sofferenza dell’anima, la quale era coestesa al corpo intero. Per
i neoplatonici, il dolore era frutto di deficienza divina; per i manichei,
frutto malefico dell’architetto supremo; per i cristiani, conseguenza
del peccato originale. Per i greci non era concepibile separare dolore da
felicità, mentre in estremo oriente, i cinesi riuscirono a curar le
malattie eliminando il dolore con pratiche varie (agopuntura, oppio). Per
tutte queste culture, il dolore fu considerato maledizione divina seppur
meritata, oppur debolezza della natura, un male universale. La natura rifugge dal dolore. Questo atteggiamento caratterizza le culture
postclassiche fino al XVIII secolo: il dolore andava umanamente sofferto,
semmai alleviato con oppio, agopuntura od ipnosi, giammai eliminato. Per
Cartesio, il dolore è un segnale, un campanello d’allarme, con il quale
il corpo reagisce in autodifesa per proteggere la sua integrità
meccanica. Il dolore si riduce ad insegnar all’anima come evitare danni
ulteriori al corpo. Da maledizione divina, il dolore diventa espediente
brillante per garantire il funzionamento dell’uomo, per evitare
ulteriori avarie. Alla
fine dell’ottocento, il dolore perderà ogni dignità sia terrena che
celeste, venendo ridotto a studi umilianti per la sua eliminazione
completa e totale. Dolore quindi nuovamente fatto negativo della vita,
aspetto sgradevole da eliminare del tutto. Da quì nascerà la tendenza a
minimizzare il dolore più che massimizzare la felicità: l’antica
capacità di soffrire il dolore evolverà nell’arte moderna di gestirlo
compiutamente. Il
dolore diventa un disvalore, da
cui fuggire, piuttosto che fronteggiarlo. Nella società contemporanea, il
dolore verrà medicalizzato, anestetizzato. Aumentando
il livello di anestesia, verrà meno la capacità del singolo di
apprezzare gioie e piaceri: una società anestetizzata richiede stimoli
forti, musiche rock, luci psichedeliche. Per galvanizzare l’ego,
s’imporranno droga, orrore e violenza, mentre l’accettazione della
sofferenza diviene sinonimo di masochismo. La
medicalizzazione del dolore non è che uno degli aspetti della generale
medicalizzazione della società contemporanea, della industrializzazione
della salute e della morte. Nelle
popolazioni primitive, la morte scatenava un’esplosione di paura e forme
di difesa irrazionali. La solidarietà del gruppo veniva salvaguardata da
riti funebri, che diventavano occasione di celebrazione. La
medicalizzazione della morte ha introdotto nuovi riti nella società
industriale moderna, tra cui quello della morte medicalizzata. La morte
cosidetta anormale diviene l’opposto della morte naturale quale
conseguenza di malattia, di violenza o di disturbi meccanici e cronici:
morte gestita dal medico non più dal paziente, non più dai parenti,
morte spersonalizzata. La
morte naturale, fenomeno oramai raro, interviene senza esser preceduta da
malattia e senza definibile causa. Nella
coscienza moderna, la morte perde la connotazione di ineluttabile per
assumere quella del nemico numero uno. Tutta la società si raccoglierà,
si radunerà per esorcizzare e sconfiggere questa mala morte. In questo
ambito, l’apocalisse biologica e nucleare è un’eventualità più che
reale, non più imposta dalla volontà divina o dalle leggi della natura,
bensì conseguenza diretta di possibili decisioni dell’uomo. Oggi,
una persona muore quando il cervello è divenuto del tutto inattivo,
quando il suo encefalogramma sarà piatto, non quando esalerà l’ultimo
respiro od il cuore avrà smesso di battere. L’uomo medicalizzato ha
perso oggi ogni libero arbitrio, anche quello di morire. Sarà la società,
attraverso il sistema medico, a decidere quando e dopo quali offese,
mutilazioni e sofferenze potrà morire. La
medicalizzazione della società e della salute ha posto fine all’epoca
della morte naturale. Il paziente ha perso ogni diritto autonomo di
presiedere all’atto di morire, di scegliere momento e forme di trapasso. L’uomo
ha perso la sua estrema forma di libertà, è stato privato dell’ultimo
respiro. Tutto vien medicalizzato, anche la morte e l’uomo medicalizzato
da soggetto vien trasformato in oggetto; perde ogni libero arbitrio,
quello di morire perfino. Perfino
morire d’inedia è proibito: aghi crudeli trafiggon le braccia,
iniettando vita artificiale che vita non è. Se
il cuor si inceppa prostrato, scariche elettriche lo sferzan terribili,
come un ronzino stremato: lo costringono a vivere, ma che vita, son lavori
forzati. Se
i polmoni, grevi dei fumi delle città, son stanchi della corsa senza
speranza verso cieli più tersi, ti ritrovi intubato, la lingua repressa,
il naso strizzato, gli occhi strabuzzati, le orecchie che ronzan. Se
il cervello s’inonda di sangue, verrai manovrato non verso l’ultimo
oblio, ma verso l’agonia del cerebroleso. Se
la schiena si spezza, non avrai la fine gloriosa dei prodi d’un tempo,
bensì busti, sedie e lettini, forse olimpiadi a rotelle. Se
un tarlo maligno ti rode le ossa od i visceri, tanti e tanti saranno i
supplizi, drammatici tutti: dal chemioterapico al bisturi ai raggi. Neppur
d’incidente morire potrai: trattamento e recupero stanno in agguato. Non
importa come starai, importa salvare, salvare da cosa. |