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BRUNO
J.R.NICOLAUS: <LA CULTURA DELL’INGANNO-RIFLESSIONI
SULL’EVOLUZIONE DEL CERVELLO E DELLE CULTURE> , Quaderno nr. 21
Accademia Pontaniana, Napoli (1997)
RIASSUNTO
L’inganno
e l’ingegno hanno matrice comune: l’inganno è frutto
dell’ingegno, frutto tra i più prelibati. Quanto più raffinato
l’ingegno tanto più sofisticato il suo frutto.
L’ingegno
è stata la carta vincente dell’uomo, l’inganno la sua arma più
raffinata.
La
trama inganno/ingegno si snoda dalle civiltà più antiche a quella
moderna, a volte palese a volte nascosta. L’ingegno ha portato
l’Homo Sapiens Sapiens al successo, lo ha fatto trionfare sopra
gli altri primati e le altre creature viventi, sopra il Neandertal,
suo diretto cugino.
L’ingegno
e la mente hanno sede nel nostro cervello, fatto del tutto ignorato
dalle passate culture. Il pensiero cosciente, massima espressione
dell’attività cerebrale, si realizza tramite una fitta ragnatela
neuronale: oltre cento miliardi di neuroni, quante le stelle che
brillano sopra di noi, parlan tra loro un linguaggio elettrochimico.
Il
cervello è un’entità unica: non esistono due cervelli identici
al mondo, nemmeno tra gemelli omozigoti. Esso và considerato come
un sistema biologico fluttuante non totalmente libero da forze ed
influssi esterni, ma sensibile a varianti spaziali e temporali di
tipo terrestre e cosmico, e soggetto alle leggi del caos.
Concezioni
scientifiche moderne, che ci riavvicinano ad antiche intuizioni
sull’unicità dell’anima!
Le
vecchie tracce dell’uomo conducono sulle sponde tra il Tigri e
l’Eufrate.
L’epopea
di Gilgameš Re di Uruk e tutta la storia dei Sumeri ci sprofonda
nel vivo dei problemi dell’uomo di allora, dell’uomo pastore ed
agricoltore, padre della nostra civiltà.
Ne
emerge il quadro inquietante di una società militarista, protesa
alla violenza per sete di potere e denaro ed alla schiavizzazione
dell’uomo.
Viene
dunque a cadere il mito dell’uomo primordiale cantore e poeta e di
un mondo bucolico giammai esistito.
Resta
scolpita nella pietra la sentenza di un saggio re: “ Tutti gli
uomini sono ingannatori, ed egli cercherà di ingannare anche te
“.
La
frode e l’inganno come arte suprema dell’ ingegno si ritrova
nella cultura greco-romana.
Meglio
di qualsiasi altro eroe dell’epopea greca, Ulisse incorpora il
ruolo di primo attore della umana commedia: “ ... artefice di
frodi famoso e sempre infatigato Ulisse ... “.
L’arte
dell’inganno, arma e virtù preziose dell’ eroe epico, dilaga
nella vita del comune mortale, permeando la vita quotidiana. Essa si
manifesterà nell’alterazione di lettere e bolle, nella
falsificazione spudorata di miti ed oracoli, nella falsa
attribuzione di documenti e decreti ed ovviamente nella soppressione
del contrario del falso, la verità!
Come
presso le precedenti culture mediorientali, la tendenza
all’inganno porterà, con l’uso di droghe, alla creazione di
paradisi artificiali.
Caduto
il mito retorico delle virtù degli antichi romani, tanto
amplificato fino nei tempi recenti, resta nudo lo squallido quadro
di una società pervasa da corruzione profonda di tutti i valori
morali: della vita privata, dell’amministrazione, della giustizia.
Una società nella quale il mito dell’inganno diventa tecnica di
mistificazione, rivolta al profitto del singolo e del sistema.
Portando
agli estremi le tendenze matematizzanti dei pitagorici e quelle
riduzioniste degli atomisti, veniva costruito nel volger dei secoli,
il castello della indagine scientifica e della sua metodica. Da qui
la fede in un progresso ininterrotto ed inarrestabile, quale
conseguenza del progresso tecnologico. Dall’inesauribile varietà
e disponibilità di manufatti mai sognati prima dall’uomo, nasceva
il mito del consumismo, finito in una perversa inversione di
rapporti: la finalizzazione del consumatore al prodotto e non più
viceversa.
Durante
l’evoluzione il cervello subiva profonde modifiche strutturali che
determinavano la supremazia dell’uomo moderno e la nascita delle
culture. Appare legittimo chiedersi, se questo progetto evolutivo
continuerà nell’ambiente odierno profondamente mutato, sopratutto
dal punto di vista biochimico. Ambiente degradato ed inquinato dalle
tante scorie solide, gassose e liquide, dai fumi e dalle ceneri, dai
rifiuti dell’uomo moderno.
Da
sempre, l’uomo ha assunto sostanze chimiche estranee al suo corpo,
con l’intento di modificare l’umore, di interferire con le
attività intellettive, di sedare il dolore, di aumentare la “
performance “.
Il
culto della droga, proteso alla creazione di realtà virtuali
piacevoli, possiede profonde radici nella psiche umana ed ha valenza
universale: fà parte del più vasto culto dell’inganno.
Oggi,
l’impiego delle droghe lecite ed illecite dilaga. Sotto l’azione
di tutti questi agenti, di droghe, molecole patogene e radicali
liberi il nostro cervello dovrà evolversi nell’ambito di uno
scenario profondamente mutato.
Finora,
ogni tentativo dell’uomo di controllare in senso positivo la
propria aggressività è sempre fallito.
Tutti
gli sforzi delle scienze sia tecniche che umanistiche, politiche,
sociali e religiose saranno del tutto inutili, se l’uomo non
riuscirà a domare la sua carica distruttiva e se continuerà ad
ingannare se stesso come ha fatto finora.
L’inganno
continua, ha solo mutato il suo nome: si chiama progresso.
«
... ecco perchè le corde dell’arpa si son rotte ... »
SUMMARY
Deceit
and ingenuity boast the same origins. Deceit is the fruit of
ingenuity - among its tastiest, if you like. The more refined the
ingenuity, the more imaginative its deceit.
Ingenuity has been mankind’s winning card, deceit his most
refined weapon. The two wend their way, enmeshed, throughout
civilisation, from the oldest to modern times, sometimes in full
view, sometimes hidden. Ingenuity has brought Homo sapiens sapiens
success - it has enabled him to triumph over his fellow
primates and other living creatures, placing him high above
Neanderthal man, his closest cousin.
Ingenuity
and the mind keep company in our brains, which was something early
cultures did not know. Conscious thought, the highest expression of
cerebral activity, is achieved through a dense network of neuronal
connections: more than a hundred billion neurons - as many as the
stars in the sky above us - chatter amongst themselves in an
electrochemical language. Each brain is unique - there are no two
identical brains in the whole world, not even in homozygotic twins.
The brain can be considered a biological system that fluctuates, not
altogether free of external forces and influences, and responsive to
spatial and temporal factors of earthly or cosmic origin, and
subject to the laws of chaos: modern scientific concepts, which
nevertheless take us back towards ancient intuitions about the
uniqueness of the soul.
Mankind’s
early traces take us along the banks of the Tigris and Euphrates,
birthplace of the Mediterranean civilisation. The epic of Gilgamesh,
King of Uruk, and the whole history of the Sumerians plunge us into
the problems of the man of those times, shepherd and farmer, the
father of our own civilisation. The resulting picture gives an
unhappy view of a military-oriented society, its use of violence
based on a thirst for power and wealth, and slavery. This heralds
the death of the myth of primitive man as a singer and poet in a
buccolic world that never actually existed. A wise king had his
words carved in stone: “Every man is a deceiver, and he will try
to trick you too”.
Fraud
and trickery as the supreme art of ingenuity are much in evidence in
the Greek-Roman cultures. Ulysse plays the lead role in the human
comedy better than any other hero of the Greek epics: “...Ulysse,
famous and untiring
trickster...”.
The
art of deceit, a weapon and virtue much appreciated by epic heroes,
spreads throughout the everyday life of common mortals. It shows its
face in falsification of letters and stamps, shameless bending of
myths and oracles, false attribution of documents and decrees and -
obviously - in the suppression of truth, since that is the opposite
of falsity!
Like
in earlier Middle Eastern cultures, the habit of deceit will lead -
with the use of drugs - to the creation of false paradises.
With the fall of the rhetorical myth of the virtues of the
Ancient Romans, bloated gloriously until even recently, the squallid
reality is exposed: that
society’s morals were deeply corrupted - its private values,
administrative values and justice. In such a society the myth of
deceit becomes a method for “mystifying” things, covering them
up to the benefit of the individual and the system.
Taking
the mathematical tendencies of the Pythagoreans and the reductionist
methods of the Atomists to their extremes, over the centuries a
magnificent construction has been erected to scientific
investigation and its method.
This has led to a blind faith in uninterrupted, unstoppable
advance, borne on a tide of technological progress.
The unending variety of products man had never even dared
dream of before has created its own myth, consumerism, but even this
has been perversely overturned, and the consumer is expected to
adapt to the product, not the other way round.
During
its long evolution the brain has undergone far-reaching structural
changes that have led to the supremacy of modern man and the birth
of human cultures. The question does arise now, however, whether
this evolution can continue in today’s profoundly changed
circumstances, especially from the biochemical viewpoint. The
environment is suffering, polluted by
solid, gaseous and liquid refuse, smoke and ashes - modern
man’s wastes.
Man
has since time immemorial made use of substances extraneous to his
body, as mood enhancers, intellectual stimulants, pain killers, or
to improve “performance”.
The cult of drug usage, as a means for creating a sort of
“virtual pleasure”, has age-old, universal roots in the human
mind and is just another part of a vaster cult of deceit.
Today the use of legal and illegal drugs is widespread. Under
the influence of all these agents - drugs, pathogens and free
radicals - our brain’s evolution will be expected to keep
developing against quite a different backdrop.
All
mankind’s attempts at curbing his aggressive tendencies have
always failed. All the efforts of science - technical and
humanistic, political, social and religious - will prove vain unless
man manages to dominate his own destructive urge and stops deceiving
himself as he has done so far.
Deceit,
you see, continues, but under a new name:
it’s now known as progress.
“...
that’s why the harp strings broke ...”
PREFAZIONE
“
Viandante, son le tue orme
la
via, e nulla più;
viandante,
non c’è via,
la
via si fa con l’andare.
Con
l’andare si fa la via
e
nel voltare indietro la vista
si
vede il sentiero che mai
si
tornerà a calcare.
Viandante,
non c’è via
ma scie nel mare , “
Antonio
Machado
“
... Noi vediamo con gli occhi dei greci e parliamo con le loro
espressioni ...”. Queste parole del massimo conoscitore della
civiltà greca riassumono quello che è stato nel volger di alcuni
millenni il maggior compito storico al mondo: trasformare la propria
civiltà da provinciale in planetaria, far incontrare e fondere
assieme oriente ed occidente assicurando la continuità delle
culture.
Con
il travagliato sbocco delle città mediorientali al mare nostrum,
ebbe inizio la “ civiltà mediterranea “. Brillantemente
sviluppata dai greci in tutti i rami dello scibile, essa venne
raccolta da Roma, cui spettò la missione unica ed irripetibile, di
amalgamarla con gli altri ceppi del mediterraneo.
Così
Roma divenne il crogiuolo di queste culture ed in questo complesso
processo il latino svolse un ruolo cruciale, divenendo lingua
universale, comune alle etnie più
disparate, dall’estremo nord all’estremo sud, da occidente ad
oriente.
La
strada per questo singolare processo passa attraverso la Magna
Grecia, quindi attraverso Pithecusa, assieme a Cuma prima colonia
greca sulla penisola.
Vaghe
eppur chiare tracce di questo travagliato cammino lentamente
riaffioran in scavi e reperti recentemente venuti alla luce
sull’isola d’Ischia.
Qui
sentirai la presenza di un filo vago ma forte e vivo tuttora, che
con cuore e ragione lega ed avvince all’isola verde.
Come
un cordone ideale un legame con il passato aleggia nell’aria,
insostenibile. Pervade ogni pietra, l’isola tutta in tutti i suoi
aspetti. Dal turbinio dei mille colori alle fraganze dei fiori,
frutti ed arbusti, al dolce brusio della risacca.
Isola
verde, isola d’incanto: vicinissimi senti Ulisse maestro di frodi
ed amore, padre dei naviganti, Dionisio, Circe e Siduri donatrici di
oblio ...
Non
è un caso perciò che l’idea di questo saggio nascesse in
quest’isola, dove le prime pagine furon scritte, rubando
l’ispirazione al suo incanto.
La
presente versione richiama, in forma ampliata e modificata, pagine
già pubblicate nella Rassegna d’Ischia, al cui direttore Raffaele
Castagna resto debitore di un grazie sincero per aver ospitato per
primo queste parole. ( figura 1 )
Bruno J.R. Nicolaus
Pithecusa,
31.Dic.1996
INTRODUZIONE
“...
come potrebbe la successione dei tempi non diffondere incertezza e
oscurità sulla storia, se nei fatti recenti e che si sono svolti
quasi sotto i nostri occhi, il falso si sostituisce al vero? ...”
Plutarco
L’inganno
e l’ingegno hanno matrice comune. Ciò si manifesta concretamente
nel fatto che l’inganno è frutto dell’ingegno, frutto tra i più
prelibati.
Quanto
più raffinato sarà l’ingegno, tanto più sofisticato il suo
frutto. Ingannare significa indurre in errore, trarre in errore con
malizie abusando della buona fede, frodare, truffare, imbrogliare,
tradire, mancare alla parola data, ma anche sbagliarsi. Guicciardini
soleva dire che l’apparenza inganna: “... guardate quanto gli
uomini ingannano loro medesimi”. L’arte dell’insidia,
l’astuzia fraudolenta che serve ad ingannare ed a sopravvivere,
viene riconosciuta nella tradizione popolare come un’arte, quasi
una virtù. Così dice un vecchio proverbio toscano: “Con arte e
con inganno si vive mezzo l’anno, con l’inganno e con l’arte
si vive l’altro”.
Sotto
la pressione dell’ingegno, le abitudini dell’uomo sono mutate
nel corso degli ultimi secoli. Recenti tecnologie hanno sconvolto il
mondo presente: la carta, la macchina a stampa, il vapore,
l’elettricità, l’energia nucleare, le strade ferrate,
l’automobile, l’aviazione, la tecnica del freddo per la
conservazione delle derrate, la radio, la televisione,
l’informatica, l’ingegneria genetica, ne rappresentano esempi.
La scoperta del nuovo mondo e di altre terre lontane hanno
contribuito a mutare le abitudini alimentari dell’uomo moderno
(1); una vera rivoluzione, seppure la trama inganno-ingegno
accompagni lo sviluppo delle culture da tempi remoti e sia rimasta
immutata. L’ingegno ha dimostrato di esser la carta
vincente dell’uomo rispetto alle altre creature, l’inganno la
sua arma più raffinata. La sua trama si snoda come un filo
indissolubile dalle civiltà più antiche a quella moderna, a volte
palese, più spesso maliziosamente nascosta tra i ripieghi della
storia.
Basta
ricercarne le tracce, sollevare cautamente i veli che la celano,
perché essa compaia sottile, vagamente trasparente come bruma al
sole, affascinante nella sua perfezione, quasi dono degli dei.
Noi
mortali abbiamo ascendenti divini e siamo frutto dell’amore;
quest’ultimo è anch’esso frutto dell’inganno:” ... Quando
nacque Afrodite, gli dei tennero banchetto, e fra gli altri c’era
Poros ( espediente ), figlio di Metis ( perspicacia ).
Dopo
che ebbero tenuto banchetto venne Penia ( povertà ) a mendicare,
perché c’era stata una grande festa, e se ne stava vicino alla
porta. Successe che Poros, ubriaco di nettare, dato che il vino non
c’era ancora, entrato nel giardino di Zeus, appesantito com’era,
fu colto dal sonno. Penia, allora, per la mancanza di tutto ciò che
ha Poros, escogitando di avere un figlio da Poros, giacque con lui e
concepì Eros.
...
in quanto Eros è figlio di Penia e di Poros, gli è toccato un
destino di questo tipo. Prima di tutto è povero sempre, ed è
tutt’altro che bello e delicato, come ritengono i più. Invece, è
duro e ispido, scalzo e senza casa, si sdraia sempre per terra senza
coperte, e dorme all’aperto davanti alle porte o in mezzo alla
strada, e, perché ha la natura della madre, è sempre accompagnato
con povertà. Per ciò che riceve dal padre, invece, egli è
insediatore dei belli e dei buoni, è coraggioso, audace, impetuoso,
straordinario cacciatore, intento sempre a tramare intrighi,
appassionato di saggezza, pieno di risorse, ricercatore di sapienza
per tutta la vita, straordinario incantatore, preparatore di filtri,
sofista. E per sua natura non è nè mortale né immortale, ma, in
uno stesso giorno talora fiorisce e vive, quando riesce nei suoi
espedienti, talora, invece, muore, ma poi torna in vita, a causa
della natura del padre. E ciò che si procura gli sfugge sempre di
mano, sicché Eros non è mai né povero di risorse, né ricco “ (
Platone ).
Le
trame dell’inganno-ingegno si snodan per il pianeta seguendo le
tracce dell’uomo. Da sempre egli è stato in movimento, errabondo
da un estremo all’altro del globo, per terra e per mare: la natura
ci ha creato vagabondi.
Le
tracce lasciate dal nostro ingegno restan scolpite a tratti
indelebili nella campagna, nella foresta, su per i monti, nelle
tante città e villaggi; a volte sommerse sotto i mari o seppellite
sotto la sabbia dei deserti. Spesso, si son quasi perse sotto
l’usura del tempo e dell’oblio, eppur a volte riemergono alla
luce, richiamate da mano attenta ed accorta. Queste tracce sono
infinite; basta seguire le strade tracciate dalla superbia
dell’uomo. Esse, nate per sete di dominio, congiungevano i centri
di varie culture con una ragnatela di vie di comunicazione, di
rapporti commerciali, militari, politici, di inganni. Strade di
tutti i tipi attraverso tante contrade: la grande strada del sole
che univa, nell’impero degli Incas, l’Equador al Cile su per le
Ande per migliaia di chilometri; la via Salaria, la strada del sale,
la più antica via romana che portava da Roma ad Ostia per
procurarsi il sale; le 58.000 miglia del sistema di strade romane
dalla Britannia all’Eufrate, dalle Germanie al Nord Africa, dalle
Colonne di Pompeo a quelle d’Ercole; le strade persiane in mattoni
di creta con ampi scalini fin nell’interno dell’India; le tante
piste africane attraverso il deserto; quella gigantesca del faraone
Cheope per trasportare i blocchi di albarese con cui costruir le
piramidi; quelle greche che conducevano fino all’interno di Sparta
od a Creta al palazzo di Cnosso; la via della seta dall’Europa
alla Mongolia e tante altre.
Strade
escogitate e tracciate dall’uomo: alcune già vecchie di vari
millenni, tutte pagate a prezzo di sangue; tutte sofferte.
A
volte si riconoscon le orme di vecchi viandanti, soldati appiedati,
cavalieri, carovane, carri ed aurighe sul fondo di pietra consunto.
Si respira l’energia di vite umane scomparse, di passati commerci,
amori, battaglie. A volte in certe contrade, nella quiete della sera
che cala veloce, potrai udire l’ansimar dell’umanità in
movimento, l’affanno di queste creature condannate ad errar senza
fine come formiche, una fila di anime in pena. Procedono a tentoni,
come abbagliate ed attratte da un grande miraggio, sospinte da mano
più forte: ogni resistenza vana sarà.
Da
millenni, da sempre la fila si muove, stancamente procede, a volte
tentenna, sembra che acceleri, si ricompone, rallenta.
Da
Nord a Sud, da Occidente ad Oriente, un dedalo di strade e destini.
Laddove una finisce, un’altra comincia, non s’arrestan più
davanti all’infinito dei mari e dei cieli o alle barriere montane:
innumerevoli i trafori, le rotte dei mari e dei cieli. Le scie
spumeggianti sull’acqua, quelle evanescenti nell’azzurro
dell’aria, non lasciano traccia.
Svaniscono
in fretta come son nate, come anime umane.
Lungo
queste strade, da sempre si snoda l’umana commedia, fatta di
ingegno dipinta d’inganno ( figura.
2 ).
I.
L’ASCESA DELL’HOMO SAPIENS SAPIENS
“Il
genocidio, spesso considerato una caratteristica del genere umano
diffusa in soli pochi individui perversi, ha in realtà molti
antecedenti animali, ed era considerato un tempo socialmente
accettabile o ammirevole. Per riuscire a debellarlo nel mondo
moderno dobbiamo renderci conto di quanto sia stato comune nella
nostra storia, riconoscere che ciascuno di noi ha in sè la
potenzialità per commetterlo, e che persone altrimenti normali
cercano in certi casi di “razionalizzarlo”
J.
Diamond
Molti
anni fa, forse trentacinquemila o giù di lì, si consumava in varie
contrade un apocalittico dramma: uno dei tanti, nella lunga e
crudele storia dell’evoluzione cosparsa di tanti fantasmi. Eppur
di gran lunga superiore agli altri, perfino a quello dei dinosauri
tragicamente scomparsi. Apocalittico per entità e conseguenze sul
futuro del pianeta: l’addio repentino dell’uomo di Neandertal,
nostro lontano cugino.
Primo
indiziato della scomparsa, che coinvolse parrebbe milioni di
vittime, l’Homo sapiens sapiens, l’uomo che sà (sapiens) e sà
di sapere (sapiens), l’uomo moderno, alla cui tribù noi
apparteniamo per discendenza diretta. Come e perchè ciò sia
accaduto non è ben chiaro, seppur il fattaccio sia avvenuto
nell’arco di alcuni millenni in varie contrade nelle quali, per
oltre duecento millenni, il Neandertal aveva imperato.
Soprannominato
anche l’uomo venuto dal freddo, il nostro cugino dotato di
muscolatura possente era una creatura intelligente (sapiens). Il suo
volume cerebrale superiore al nostro (10-15%), ma non per questo
egli era più intelligente dei nostri antenati diretti, come vedremo
dappoi.
Abile
cacciatore, preferiva la caccia di gruppo e l’abbattimento di
prede spesso pericolose in scontri cruenti, corpo a corpo. In
questi, la sua proverbiale prestanza avrebbe avuto la meglio con
l’aiuto determinante dei compagni di gruppo e di armi rudimentali:
di clave, di asce, di coltelli e lance fatti di selce, di grandi
macigni. Era un primitivo ma abile raccoglitore di bacche, radici e
frutti e la sua domestichezza col fuoco gli fecero azzardare prime
esperienze culinarie. I tanti graffiti pieni di vita ed i rozzi
manufatti in pietra ed osso delle caverne, son testimoni che nella
sua mente e nel cuore gia covava la prima pulsione dell’arte: un
insostenibile spinta a far affiorare, raffigurare, plasmare
sentimenti profondi. Sicuramente padroneggiava il fuoco, avendo
imparato come conservarlo e forse farlo e cominciava a venerarlo
quale dono prezioso del cielo. Ne apprezzava l’utilità
ineguagliabile nei suoi molteplici usi: nello scaldarsi al suo
tepore dopo gli insulti delle intemperie e delle tante quotidiane
fatiche, nello scacciar fiere pericolose, nel rischiarare con i suoi
vividi bagliori l’ansia del crepuscolo e l’angoscia della notte
fonda.
Riscaldandosi
al tepor del focolare con gli altri membri della tribù, egli avrà
presto riconosciuto l’alto potere socializzante del fuoco,
ipnotizzante dono di Prometeo, dono divino.
Il
Neandertal parlava un linguaggio rudimentale. Era perciò in grado
di comunicare impressioni, esperienze, sentimenti e di trasmettere
al resto del gruppo informazioni ed ordini, coordinandone movimenti
ed obiettivi. Nel corso dei millenni aveva sviluppato un modesto
grado di socialità, di vita di gruppo e di gerarchie e già
possedeva un primitivo senso di religiosità, effettuando nella tribù
la sepoltura dei morti. Nascita e morte, i due grandi misteri della
vita già divenuti coscienza. Sopravvissuto per oltre duecento
millenni in un ambiente aspro ed ostile, superando stenti, carestie
e glaciazioni, oramai temprato a tutti i rischi e pericoli, sembrava
destinato alla signoria del pianeta. Eppure, nonostante più
avanzato nella scala dell’evoluzione a tutti gli altri esseri
viventi, il fato gli avrebbe allestito una gran brutta sorpresa:
l’Homo sapiens sapiens.
Quest’ultimo,
evolutosi anche lui dall’Homo erectus varie centinaia di migliaia
di anni prima, cominciava a migrare dalla culla natale africana
verso Nord e poi verso Est in Asia e da qui verso Occidente. Una
lunga odissea sotto il pungolo della curiosità,
cominciata chissà perchè sessantamila anni fa. Una lunga,
lenta, inarrestabile marcia, durante la quale egli sarebbe
sconfinato e dilagato nei territori del Neandertal. Da sempre il
moto è stato caratteristica dell’uomo, nato vagabondo. Partendo a
varie riprese dalla culla africana nella Rift Valley, egli poco a
poco avrebbe occupato il pianeta, seminando le tracce del suo
vagabondare. A prima vista, nessuno avrebbe dato per vincente, nella
grande arena della vita, il nuovo arrivato. Da una parte il pallido
Neandertal, ben pasciuto, tozzo, muscoloso, esperto lottatore e
conoscitore delle steppe; dall’altra l’uomo moderno, abbronzato
dal sole, longilineo, cacciatore mediocre e perennemente affamato,
dotato di armi e strumenti rudimentali. Eppure nel volger di pochi
millenni, questi avrebbe sgominato il più temibile degli
avversarii, prendendone il posto ( figura
3 ).
Nel
giro di poco più di trentamila anni dal suo trionfo, culture sempre
più efficienti si sarebbero evolute sovrapponendosi le une alle
altre, oppur sviluppandosi indipendenti negli angoli più remoti del
globo.
Tra
queste culture, sui mitici prati tra il Tigre e l’Eufrate, serebbe
esplosa diecimila anni fa una grande rivoluzione: quella neolitica.
E’
lì su quegli idillici prati, che nacque l’agricoltura e venne
perfezionata la domesticazione e l’allevamento del bestiame. Nel
contempo una miriade di strumenti ed attrezzi, fecondi e mortali
scaturiva dalla mente e dalle mani dell’uomo, come sorgente
impetuosa. Fin dagli inizi, l’umana fantasia avrebbe spaziato nel
bene e nel male, tra il cielo e l’inferno, forgiando spade ed
aratri.
Su
queste fragili fondamenta si sarebbero avvicendate confuse, le tante
generazioni seguenti.
Così
nasceva e cresceva la nostra civiltà, grattacielo dai piedi di
argilla.
Il
progresso tecnologico avrebbe sfornato armi e strumenti, ne avrebbe
ridotto il costo, aumentata l’efficienza in maniera non prevista.
La caccia, la pesca, l’agricoltura avrebbero regalato cibo più
sano e nutriente, le popolazioni sarebbero cresciute più aggressive
che mai guidando l’umanità verso il collasso.
Tutto
ciò nell’ambito di pochi millenni.
Ci
si chiede, come sia stato possibile, quale sia stata l’arma
segreta, dei nostri antenati. Come fecero ad annientare il nostro
lontano cugino, a scatenare questa frenetica evoluzione.
Senza
ombra di dubbio, nella nostra testa si cela la risposta al quesito:
i nostri lontani antenati avevan qualcosa di più nel loro cervello
degli altri primati.
Quel
qualcosa, che avrebbe permesso di migliorare quanto già realizzato,
di soppiantare l’ingenuo e scomodo vicino, di sviluppare linguaggi
e culture.
Arma
del delitto, il cervello. L’arma esiste ancora, saldamente
ancorata tra le spalle; ancor più efficiente, ancor più efficace.
Pronta per il prossimo crimine.
II.
LA MACCHINA PENSANTE
“La
scienza non può spiegare il mistero ultimo della natura. E questo
perchè, in ultima analisi, noi stessi siamo parte del mistero che
tentiamo di spiegare”.
Max
Planck
Nel
nostro cervello si annidan l’intelligenza, la creatività,
l’astrazione, l’invenzione, le radici del rapporto di coppia,
dell’amore, dell’altruismo, della generosità, dell’egoismo,
della solitudine, della timidezza, per citar solo alcune delle
meravigliose proprietà della mente.
Schopenhauer
amava ripetere che in noi c’è qualcosa di più saggio della
nostra testa, mentre per Cartesio la mente era una sostanza
speciale, senza localizzazione precisa nello spazio, un qualcosa non
dotato di estensione come la materia. Questo principio dualistico
affligge ancora buona parte dei filosofi e dei teologi e di riflesso
fa parte del buon senso comune, di medievale memoria. In effetti il
“cogito, ergo sum” di Cartesio, potrebbe venir riscritto in
“sum, ergo cogito”, io sono, quindi penso, benchè non tutto cio
che è, pensi.
Una
macchina pensante formata da un chilo e mezzo di cellule nervose,
frutto di quattro miliardi e mezzo di anni di misteriosa evoluzione.
Agli
inizi, gli esseri erano esseri solamente. Poco alla volta una
coscienza seppur elementare iniziò, poi venne seppur semplice una
mente.
La
complessità aumentò e nacque il pensiero prima ed il linguaggio
dappoi.
Il
linguaggio, la chiave per comunicare ed organizzare meglio il
pensiero, di riflesso.
Per
noi perciò, prima vi fu l’essere e solo dopo il pensiero.
Ancor
ora nasciamo, con l’essere, solo dappoi penseremo.
Noi
siamo e quindi pensiamo: pensiamo nella misura in cui siamo, il
pensiero forgiato dalle mille strutture dell’essere.
Secondo
le scienze moderne, il pensiero cosciente massima espressione
dell’attività cerebrale si realizza tramite una fittissima rete
di collegamenti neuronali.
Oltre
cento miliardi di neuroni, non tutti operanti, tanti quante sono le
stelle che brillan sopra di noi nella via lattea, pullulano nel
nostro cervello e son collegati tra di loro e con le altre cellule
attraverso innumerevoli sinapsi e circuiti.
Questi
neuroni parlan tra di loro un linguaggio chimico.
Di
questo raffinato linguaggio noi conosciamo poche voci quanto mai
elementari. Tra queste i neurotrasmettitori o messaggeri chimici,
responsabili delle comunicazioni intra ed intercellulari,
permettendo alle cellule di “ parlare “ all’interno ed al di
fuori con altre cellule. Essi posseggono nomi chimici, ostici
all’uomo comune e talora a vari scienziati, come dopamina,
serotonina, noradrenalina, acetilcolina, gaba, ecc. Da questi
scaturisce una cascata impetuosa di reazioni chimiche e di
informazioni; dall’attivazione di questi circuiti elettrochimici e
dal loro buono o cattivo funzionamento derivano il pensiero e le
emozioni, la tristezza, la gioia, l’ansia, l’angoscia, la paura,
l’entusiasmo, e perchè no l’amore.
Nell’impiego
dei vari idiomi umani, scritti e parlati, possono avvenire errori.
Errori di grammatica, di sintassi, scambi di parole, errori
ortografici, i quali a volte snaturan il significato di scritti e
discorsi.
Errori
che possono trarre in inganno anche i più astuti. Nonostante la
sapiente architettura, anche il cervello è soggetto ad errori:
errori di trasmissione, conduzione, trascrizione, codificazione,
memorizzazione, errori di fissazione e di richiamo della memoria, e
tantissimi altri. A volte sbagli inconsciamente voluti per i più svariati motivi, per far
cader nell’oblio ricordi ed esperienze spiacevoli, per cancellare
quanto non più desiderato. Avviene anche l’opposto: il cervello
che per errore o per scelta, dimentica quanto faticosamente appreso,
il cervello che non riesce a ricordare, che casca in amnesie; il
cervello che inganna se stesso.
Un
illustre psichiatra contemporaneo, così si esprimeva recentemente:
“... sospetto che noi siamo stati beffati e che il nostro cervello
abbia programmi che ci illudono di essere liberi anche quando non lo
siamo. Nella realtà, più conosciamo i fini meccanismi e le diverse
attività superiori del cervello e più dobbiamo restringere gli
spazi della nostra libertà. Più approfondiamo l’uomo sul piano
neurobiologico, più ci rendiamo conto che le sue scelte sono
largamente determinate dalle caratteristiche funzionali delle
strutture nervose, e che egli ha ben poche possibilità di sottrarsi
alla sua costituzione, al suo temperamento ... il nostro cervello è
un organo come gli altri, soltanto più complesso e più difficile
da esplorare. Può avere dei minimi “difetti” e “deficit”
funzionali fin dalla nascita, può subire traumi e lesioni nelle
fasi precoci dello sviluppo e può presentare un processo involutivo
di deterioramento senile. Ancora: benchè ben presto, è danneggiato
dalle molte sostanze tossiche a cui lo esponiamo, in primo luogo
l’alcool, il fumo, il caffè, l’alimentazione incongrua, i gas
ambientali, infine molti farmaci assunti per motivi diversi nel
corso degli anni ... la melanconia, il dolore morale la sofferenza
psichica sono da sempre attribuiti alle sfere più elevate
dell’uomo: allo spirito al “cuore”, all’anima. Ripugna alla
nostra formazione umanistica, alle nostre concezioni idealizzate
sull’individuo, il pensiero che la chimica (-sostanze presenti nel
cervello o farmaci -) possa modificare la nostra visione del mondo,
il nostro modo di essere”. (Giovanni B. Cassano).
Resta
da stabilire, in questa complessità di fattori e meccanismi, in che
modo ed in qual misura le possibili perturbazioni genetiche ed
ambientali, endogene ed esogene interferiscano con le varie psico-e
neuropatie: dal parkinsonismo, al morbo di Huntington,
all’epilessia, alla miastenia grave, dalla malattia
maniaco-depressiva, alla schizofrenia, alle demenze, al morbo di
Alzheimer, ecc.
In
alcuni casi sono state trovate possibili correlazioni: nel morbo di
Parkinson un deficit di dopamina a livello substantia
nigra, nella malattia maniaco-depressiva un deficit di dopamina,
nella schizofrenia un deficit di serotonina, nella demenza tipo
Alzheimer la formazione di precipitati di proteina betaamiloide
abbinati a disturbi dei meccanismi di difesa antiossidativi e tanti
altri verosimili collegamenti ...
I
neurobiologi moderni affermano che il cervello è una entità unica:
non esiston due cervelli identici, nemmeno tra gemelli omozigoti.
Esso va considerato come un sistema biologico fluttuante, non
totalmente libero da forze od influssi esterni, ma sensibile a
variabili spaziali e temporali di tipo terrestre, solare e cosmico e
soggetto alle leggi del caos. Così le neuroscienze scopriron
l’unicità dell’anima...
Il
poeta direbbe siamo candele al vento, sospinte da un vento più
forte di noi. Da un vento che spira senza comprender da dove e perchè.
Durante
l’evoluzione, il volume del cervello è passato dai 600-800 ml.
dell’Homo abilis, ai 1.000 - 1.100 ml. dell’Homo erectus, ai
1.300 - 1.500 dell’attuale Homo sapiens sapiens. L’aumento delle
dimensioni si accompagnava ad una profonda modifica strutturale, ad
un aumento della complessità delle funzioni, ad una maggiore
specializzazione settoriale, ad un aumento del numero dei neuroni
deputati alle funzioni intellettive e della loro capacità
integrativa: in breve ad una maggiore efficienza ed efficacia delle
attività cognitive. In questo ambito prevalevano tre processi
rivoluzionari, decisivi per l’ulteriore sviluppo dell’homo
sapiens sapiens e la sua differenziazione dalle altre specie
viventi: l’acquisizione della asimmetria funzionale dei due
emisferi cerebrali destro e sinistro, lo sviluppo di un linguaggio
articolato, la scoperta della coscienza di se stessi.
L’asimmetria
funzionale permetteva di incrementare le capacità cognitive senza
dover aumentare le dimensioni del cervello, cosa problematica
anatomicamente, mentre il linguaggio articolato innescava la nascita
delle culture.
Il
cervello si sviluppava sovradimensionando le proprie strutture
rispetto alle attuali possibilità di sfruttamento. In prospettiva
futura, l’uomo dovrebbe perciò aumentare smisuratamente tutte le
proprie capacità, anche quelle negative come l’aggressività,
senza considerare ulteriori potenziamenti dovuti all’impiego di
intelligenze artificiali.
La
coscienza di se stessi rappresenta una caratteristica umana: quella
che ci ha avvicinati alla divinità castigandoci con la paura e la
coscienza della morte.
“Spensi
all’uomo la vista della morte ... poi lo feci partecipe del fuoco
...” così il
Prometeo di Eschilo descrive i due doni che egli ha offerto
all’uomo: l’oblio dell’ora della morte, che è “la
speranza che non vede” ed il fuoco.
Quest’ultimo
permetterà all’uomo di sviluppare la tecnica, trasformandolo in
“Homo Faber”, signore del pianeta.
Il
progresso tecnologico, al quale si imputano i vari malanni, dai
quali è afflitto oggi il pianeta, procedeva a tentoni durante
millenni.
Varie
eran le fasi di questo complesso processo, talvolta brillante per
grandi successi.
Ultima
quella moderna nucleare, elettronica e biochimica con lo
sfruttamento della energia nucleare e la conquista dello spazio, con
i microchips dei computers e delle intelligenze artificiali, con la
decodificazione del genoma umano e la creazione della vita in
provetta.
Durante
decine di millenni, l’uomo ha avuto numerose e svariate occasioni
per osservare e studiare se stesso, i suoi simili, il mondo
circostante; di interpretare i misteri della natura, di fare delle
ipotesi, di trarre delle conclusioni, spesso effimere e da sempre la
“macchina umana” ha suscitato sorpresa, curiosità, meraviglia.
La
comprensione dei complessi meccanismi vitali ha richiesto fatica,
intuizione, spirito di osservazione, creatività e fede; eppure
fenomeni considerati semplici oggi, hanno richiesto tempo per essere
giustamente inquadrati e compresi.
La
funzione del cervello rappresenta uno di questi casi: essa è stata
totalmente ignorata dalle civiltà passate, fino a quando un
prominente filosofo greco ne comprese e descrisse il suo ruolo, con
sorprendente intuizione e genialità.
Oggi
nessuno dubiterebbe del fatto che quando pensiamo, utilizziamo il
cervello, sede della ragione.
Non
è stato sempre così, nel lontano passato.
III.
IL CERVELLO, ORGANO NEGLETTO
“Siamo
all’inizio della rivoluzione delle neuroscienze; alla fine,
sapremo come funziona la mente, che cosa governa la nostra natura e
in quale modo conosciamo il mondo. Si potrebbe considerare ciò che
succede oggi nelle neuroscienze come il preludio alla rivoluzione
scientifica di più ampia portata, una rivoluzione dalle conseguenze
sociali importanti e inevitabili”.
Gerald
E. Edelman
Immaginiamoci
proiettati a Pechino nel lontano passato.
É
autunno e l’imbrunire si avvicina. Il sole riapparso tra le
nuvole, dopo una lunga giornata di pioggia, ispira stanchezza:
fiacchi raggi di luce stentano a penetrare la bruma. L’allegro
disordine della campagna selvaggia ed incolta si alterna alla
geometrica monotonia delle risaie: muti rettangoli tinti di verde, a
volte di giallo. Le gocce d’acqua iridate sussultan sui rami,
sotto la spinta del vento. Le gocce tremano, scivolano, si
raggruppano, scorron giù per gli steli. La loro individualità si
confonde, si perde nello specchio d’argento sottostante, come
uomini dopo la morte. Verranno assorbite dalla terra e sospinte nel
buio profondo delle sue viscere, come in eterna altalena.
L’ultima
luce carezza i tetti di paglia delle brune capanne d’argilla in un
ultimo abbraccio: alcuni raggi vengon dolcemente riflessi in una
cascata d’oro zecchino. Altri si azzardano incauti tra i fili di
paglia bagnata sporgenti dai tetti, per scappare come impazziti in
un turbinio di colori rifratti.
Irriverenti,
inondano il maestoso palazzo imperiale, il tetto di rame colorato di
verde, le arcigne case patrizie d’attorno, il tortuoso cammino
verso le mura, verso i portoni, le colonne di contadini rientranti
stanchi dai campi.
Sulla
strada si affollan viandanti vocianti, scricchiolanti carretti
stracolmi di messi e di anime umane dal lavoro piegate, buoi, muli e
cavalli, tutti diretti ad un unica meta.
Una
portantina s’affretta, reggiunge un palazzo, ne penetra il cortile
affollato. Un alto dignitario ne scende seguito da un altro, si
affrettan su per le scale nelle tranquille stanze di dietro. Si
tratta di un medico, che corre al capezzale della signora ammalata,
distesa dolente sul letto.
Lo
sciamano s’appresta al rituale di sempre.
Secondo
l’insegnamento di Confucio, il corpo umano è sacro e non può
esser toccato; pertanto, non potendo esporsi spogliate alla vista
del medico, le dame dell’antica Cina possedevano una statuina di
giada sulla quale indicavano i punti dolenti. Nonostante queste
limitazioni, la medicina e la farmacologia cinese raggiunsero
risultati brillanti: basti pensare all’agopuntura ed al
ricchissimo erbario valido tuttora, seppur rielaborato in chiave
moderna.( figura 4 ).
Nel
“Libro della Medicina”QQ
dell’imperatore Huang Ti ( 2698 a.C. ) è detto: “ Il cuore è
il Re, i polmoni sono i suoi ministri, il fegato è il suo generale
e la cistifellea il suo procuratore, mentre la milza è il
maggiordomo addetto ai cinque sensi; infine le tre cavità ardenti,
torace, addome e bacino si occupano dell’eliminazione delle scorie
“.
Per
di più il cuore è la sede della felicità e forma il sudore; il
fegato è sede della collera e forma le lacrime, il polmone è la
sede del dispiacere e produce le secrezioni viscerali; i reni sono
sede della paura e producon la saliva, mentre il pensiero non manca
anche lui di una sede ben precisa: la milza. Un modo assai
pittoresco di interpretar la fisiologia, ignorando il cervello.
Secondo
i pittogrammi più antichi, la sede della mente era il cuore ed
alcune delle principali attività cerebrali, come il pensare e il
dimenticare, contengono nell’espressione ideografica cinese sia
antica che moderna sempre il segno del cuore.
( figura 5, 6 ).
*
* *
Era
più o meno il 1500 a.C., cioè tre millenni e mezzo fa, quando le
prime orde di ariani lasciavano il brullo altopiano iraniano,
riversandosi per erti passi e gole montane nelle allettanti verdi
pianure dell’Indo e del Gange.
Poco
sappiamo di quei tempi remoti e del fiorir di questa nuova grande
cultura, se non quanto traspare dai vecchi poetici canti dei Veda.
Sconfiggendo
e scacciando gli indigeni bruni verso il sud più estremo, gli
ariani si ritrovaron alla fine con un immenso impero, da costa a
costa e dall’Himalaya fino alle cime rocciose di Vindia. Un impero
che non era un impero, ma un immenso paese spezzato in tanti reami.
Di
nuovo si eran create le condizioni climatiche, culturali e
geografiche per la nascita di una grande civiltà.
Gli
antichi indù eccelsero nella chirurgia e si valsero di un intuito
diagnostico assai progredito. La loro farmacopea era mirabile per
qualità e varietà di medicamenti. In questo periodo era nota
contro l’ansia e la cefalea la Rauwolfia Serpentina, una pianta
sacra dalla quale, più di tremila anni dopo, sarebbe stata isolata
la Reserpina, potente psicofarmaco ed ipotensivo.
Gli
antichi indù avevan scoperto, parrebbe, già molto prima di Harvey,
i misteri della circolazione del sangue. Essi già avevan compreso
che la zanzara porta con sé febbre e morte e che la presenza dei
topi è preludio di peste.
Nessuna
valida interpretazione della funzione del cervello ci è stata
tramandata dagli antichi Indiani, dove veniva considerato un organo
produttore di muco senza particolari scopi se non quello di colare
all’insorgenza di un raffreddore (figura
7, 8 ).
La
medicina indù presenta una curiosa incongruenza: il suo punto di
forza era la chirurgia mentre il punto debole era l’anatomia,
sulla quale dovrebbe appunto fondarsi la chirurgia! Forse ciò era
dovuto alle leggi religiose che vietavano di sezionare le salme ed
all’imprecisione forse voluta, con la quale son state tramandate
le loro conoscenze.
Un
campo nel quale gli Indiani antichi superarono le altre civiltà
passate sembra sia stato quello della chirurgia plastica: operazione
particolarmente frequente era la rinoplastica, cioè il rifacimento
del naso.
Non
si trattava di una operazione dettata dal senso estetico per
correggere un difetto, ma di una vera operazione ricostruttiva, per
ridare un aspetto umano ai tanti visi resi mostruosi dalla tremenda
mutilazione: l’adulterio in India era punito con l’amputazione
del naso ...
*
* *
In
Mesopotamia, molto prima che vi nascesse Abramo, fiorì una grande
civiltà che il diluvio universale sommerse sotto uno strato di
fango alto più di due metri e mezzo.
Sono
state trovate molte tavolette di argilla, su cui i sacerdoti Sumeri
avevano scritto in caratteri cuneiformi interi trattati medici: così
sappiamo che il sangue era considerato il generatore di ogni
funzione vitale e il fegato centro di raccolta del sangue e quindi
sede dei fatti fondamentali della vita, mentre non era stato
compreso che la sede delle attività razionali è il cervello.
La
medicina come la vita tutta dei Sumeri fu ispirata e condizionata
dallo studio dell’astronomia. Così accertarono le relazioni tra
il movimento degli astri e le stagioni, come pure tra il mutar delle
stagioni e talune patologie.
Ben
presto però, l’astronomia da scienza esatta e razionale degenerò
in astrologia ed i Sumeri caddero sotto il raffinato potere di
sacerdoti tanto accorti quanto poco scrupolosi.
Essi
finiron col credere che tutto nel mondo fosse già predisposto; che
la sorte fosse determinata dagli astri, fin dalla nascita.
Al
tempo del grande re Hammurabi (1948 a.C.) i medici sacerdoti
dovevano rendere conto allo Stato del loro operato.
Le
leggi che regolavano la loro professione erano elencate su di una
grande stele. L’articolo 215 diceva: “Se il medico aprirà con
il coltello un ascesso o guarirà un occhio malato riceverà dieci
sicli d’argento. Se il paziente è uno schiavo liberato pagherà
cinque sicli”.
Se
invece, durante l’intervento, il paziente perdeva la vita o gli
occhi, al medico venivano amputate le mani ...
I
Sumeri scomparvero intorno al 2000 a.C. e la loro civiltà fu
assorbita dagli Assiri e dai Babilonesi conquistatori della
Mesopotamia. Questi instaurarono fra il Tigri e l’Eufrate il nuovo
grande centro della civiltà mediterranea.( figura 8, 9 ).
*
* *
Diversamente
dagli Assiri e dai Babilonesi, che consideravano il fegato il centro
motore della vita, gli Egiziani attribuivano la massima importanza
alla respirazione.
Essi
sapevano che il cuore è il centro della circolazione, però erano
anche convinti che la circolazione fosse determinata dalla
respirazione. Gli Egiziani conoscevano varie malattie del cuore,
dell’addome, degli occhi; l’angina pectoris, i disturbi della
vescica; i vari tumori e molte malattie infettive come la
poliomielite.( figura 10
).
Erodoto
(400 a.C.), nelle sue “Storie”, parlava anche della medicina dei
popoli nella Valle del Nilo, la cui civiltà si sviluppò
parallelamente a quella della Mesopotamia: “La m |