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<<LO
SCRIGNO OSCURO DELLA VITA>>
Riflessioni sul ruolo chimico-biologico della materia nera interstellare e sulla comparsa della vita nell’universo Nota
del socio ord. non res. Bruno J.R. Nicolaus e del socio ord. res. Rodolfo
A. Nicolaus Atti
della Accademia Pontaniana, Napoli, XLVIII (1999), pp. 355-380 SUMMARY
Simple organic molecules have been already identified in the grains of
interstellar clouds. According to our view, heterocyclic polymers must be present in space,
also. Their synthesis is assumed to occur during particular evolutionary
starstages. Analogously the presence of acetylenblack (-CºC-)n in space is predicted. A triple role has been assigned to these black materials. Namely as: -
supporting structures of interstellar grains through mechanical, electrical and optical
properties (transfer of charges, diffraction and absorption of radiations,
transformation of light into current); -
accumulators of chemical energy; -
spacial storehouses
of C, H, N (from which oxygenated and/or nitrogenated simple molecular
fragments, “biogenetic bricks”, shall be built). They can be considered in fact solid “compact parcels” of C, H, N, and allow simultaneous transport of
these key elements avoiding losses (oxygen, the fourth key element, is
shipped as frozen water H2O). These polycyclic blacks are splitted by photolysis into smaller fragments
(similar reactions occur on earth by laser beam and other radiation).
These fragments are recombined in grains with oxygen radicals, obtained
from frozen H2O. Oxygenated and/or
nitrogenated biomonomers are formed accordingly (being equal or similar to
those already known on our planet). The properties of prebiotic, biotic and spacial black matter are compared
and discussed. Special reference is given to conductivity,
graphitic-fullerenic structure, surface and interstitial properties.
Consequently, the hypothesis is worked out and supported, that prebiotic
melanins have been instrumental during the process of self assembling
primigenous organic molecules, acting as enzymatic prototypes. The organic black matter in the interstellar clouds is supposed to
protect organic material from cosmic rays and to regulate the
ion/radical/molecule balance. The very nature of black particles is manyfold: from one side they are
instrumental in assembling atoms and molecules, from the other in
generating new molecular species by self destruction. A unique architectonic principle appears to act organizing living and
interstellar matter: the cosmic tensegrity. 1)
PREFAZIONE Negli spazi interstellari vi è della materia solida nera. Associate
al materiale nero si ritrovano numerose molecole organiche azotate,
solforate ed ossigenate conosciute sulla terra: esse sono di diverso tipo
e complessità e quasi sempre sotto forma radicalica e/o ionica,
stabilizzate dal particolare ambiente interstellare. E’ verosimile
pensare, che questa miscela di molecole organiche tragga origine dalle
particelle nere. Dalla
composizione del materiale di degradazione si può desumere che il
materiale nero sia composto da carbone, carbone policiclico (grafite,
fullereni) e da carbone polieterociclico (N, S, O). Quasi
tutti i materiali neri terrestri (carbone, grafite, melanine) così
diffusi in natura ed i neri di sintesi (eterocicli policondensati) sono
sensibili a diversi agenti fisici (Fab, Laser, Pirolisi, ecc.): sotto la
loro azione essi esplodono frantumandosi in frammenti più piccoli. E’
verosimile che questo comportamento chimico terrestre trovi riscontro in
quello del materiale nero interstellare. Le molecole organiche traggono
quindi origine dalla fotolisi esplosiva della particella nera
interstellare[1] *
* * 2)
“NATURA ENIM SIMPLEX EST”
(NEWTON) Durante gli ultimi cinquantanni, la visione dell’universo ha subito cambiamenti più che drastici. Da Tolomeo e dagli antichi egizi avevamo ereditato il quadro rassicurante di un mondo placido, bucolico, con al centro una terra tranquilla, baciata dal sole e venerata dagli altri pianeti. Copernico
ci ha brutalmente risvegliato da questa visione idilliaca durata millenni
e la terra è stata di colpo costretta a correre a perdifiato attorno al
sole e con esso su e giù per l’universo. Oggi
abbiamo compiuto un salto ulteriore verso un cosmo nevrotico, verso un
universo che tende alla dispersione infinita, frutto improvviso di una
catastrofe immane dal nome mostruoso: Big Bang[2]. Al
di là della provinciale via Lattea, che avevamo scambiato per espressione
immutevole dell’ordine eterno, si susseguon apocalittici drammi:
esplosioni stellari, collisioni di astri e comete, scontri tra gigantesche
galassie. Il sole e le stelle, le sfere perfette che accompagnaron
fiduciosi mercanti e naviganti durante millenni, son oggi bombe
all’idrogeno, pazienti ma dall’esito certo: prima o poi finiranno come
son nate, nella catastrofe. La paura dell’apocalisse ha ceduto il passo
alla matematica, fredda, razionale certezza dell’inevitabile fine: la
divina provvidenza ha fatto fagotto, la speranza è morta, sepolta. Le
galassie nascono e muoion come animali preistorici, come dinosauri del
cosmo. L’universo, una volta solo ordine e pace, ribolle si agita si
dibatte tra gli spasimi della genesi e le convulsioni dell’agonia. Il
profondo del cielo tinto di azzurro, nel quale avevam trasferito
l’olimpo è oggi teatro di novae, supernovae e delle loro esplosioni.
Particelle elementari impazzite, quark atomi ioni e molecole senza fissa
dimora si alternano a tempeste di raggi mortali. Condensazione di energia
in materia e viceversa annichilimento della stessa materia sono
all’ordine del giorno. Lampi di luce mortale balenan tra dense nubi di
materia oscura, di gas e polvere cosmica che offuscan la vista: queste
nubi prima o poi collasseranno, dando vita a stelle e pianeti. (Fig. 1). Questo
quadro allucinante non è frutto di una mente malata: esso fu concepito
poco alla volta sui recenti progressi di astro-chimica e fisica, assieme
alle tecnologie dei nuovi vettori spaziali. La spettroscopia, già
ampiamente impiegata per studiare la struttura fine della materia e la
radioastronomia[3]
abituata a scrutare gli spazi, han dimostrato che lo spazio interstellare
vuoto non è: contiene alla rinfusa complesse molecole, inorganiche e
organiche. Risultati eclatanti son stati raggiunti grazie a recenti
misurazioni effettuate oltre l’atmosfera terrestre, filtro
provvidenziale delle radiazioni spaziali. Così
oggi finalmente sappiamo che a milioni di anni luce da noi, si ritrovan
tanti dei composti necessari alla sintesi di macromolecole come proteine e
peptidi. Prodotti che giocheranno un ruolo di tutto rilievo nella comparsa
della vita. Oggi
sappiamo anche, che questi “mattoni biologici” esistevan nello spazio
già prima del nostro sistema solare e del nostro pianeta. Quindi,
la vita approdò sulla terra venendo da lidi lontani, oppure si sviluppò
su terra ed altri pianeti ospitali, partendo dagli stessi “mattoni”. Resta
aperto il discorso su come e dove sorse la vita. A
questo quesito, che ha sapore di antico, proporremo più avanti una nuova
risposta, anche se noi cenere e polvere di stelle restiamo[4]. 3)
DALLA SPAZZATURA SPAZIALE ALLA TENSEGRITA’ Lo
spazio non è vuoto, come credevan gli antichi, ammirando nelle notti
stellate il profondo del cielo. Lo spazio è occupato da materia, seppur
rarefatta e distribuita in modo non uniforme tra stelle pianeti e
galassie. La
materia interstellare[5]
della nostra galassia e forse dell’intero universo è composta da
idrogeno (70%) ed elio (28%) allo stato gassoso. Solo una piccolissima
parte (2%) è formata da particelle solide piccolissime, chiamate polvere
cosmica o grani interstellari. Tra questi son stati identificati elementi
pesanti come O, C, N, Ni, S, Al, Fe ed anche svariate molecole inorganiche
e organiche. Un
ruolo importante nell’evoluzione della materia interstellare vien svolta
dai grani, responsabili di assorbimento e diffrazione delle radiazioni,
collisioni grano/grano, adsorbimento di varie sostanze in superficie e
conduzione elettrica. Questa ultima proprietà permette di trasferire
cariche elettriche all’interno delle nubi molecolari, regolando le
interazioni ione/molecola, fonti a loro volta di ulteriori reazioni.
Grazie alle loro proprietà ottiche, i grani svolgono anche un ruolo di
filtro: essi proteggono le molecole organiche dall’azione demolitrice di
radiazioni elettromagnetiche e corpuscoli vari. I
grani sono amorfi ed eterogenei. Secondo analisi spettroscopiche, essi
risultan formati da: ossidi del silicio, ghiaccio d’acqua H2O,
ghiaccio d’ammoniaca NH3,
ghiacci misti di H2O
+ NH3,
varie forme allotropiche del carbonio (fuliggine, grafite, fullereni),
poliareni (idrocarburi policiclici aromatici), carburo di silicio ed
ossidi metallici. Tra
tutti questi prodotti, i più interessanti per noi son certamente quelli
carboniosi, dai quali prima o poi prese forma la vita. I grani son
soggetti ad accrescimento e riduzione: si direbbe che essi vivano una loro
vita inorganica, ma organizzata. La loro dimensione aumenta nelle nubi
dense, per reazione chimica con specie gassose adsorbite in superficie (H2O, NH3,
CH3OH,
CO, ecc.). La diminuzione della dimensione avviene invece per aumento
della temperatura del mantello, irradiazione di raggi cosmici, collisioni
grano-grano, avvicinamento ad una stella appena formata. La superficie dei
grani rappresenta una valida sede di sintesi attraverso fotoframmentazioni
ed associazioni fra atomi e radicali. Le
reazioni chimiche in fase gassosa sono invece svantaggiate a causa
dell’alta rarefazione dei componenti e della bassa temperatura che rende
improbabili le interazioni binarie e ternarie tra molecole neutre. Le
reazioni sulla superficie dei grani diventan quindi una necessaria
alternativa per la chimica spaziale. Il
materiale carbonioso delle nubi deriva da fusioni nucleari all’interno
di stelle giganti. Possiamo immaginare, come queste “fornaci” abbian
prodotto da idrogeno ed elio
anche carbonio ossigeno e azoto, dei quali siam fatti, eruttando nel
gelido spazio fumi roventi.[6] Questi
convergevano poi nelle nubi interstellari, dove venivan demoliti e
ricombinati chimicamente fino a costruire molecole biogene. La
nostra culla sembra sia proprio in queste nuvole sterminate, nei grani:
veri piccoli laboratori spaziali. Gli organismi viventi son composti da
quattro elementi chiave C, H, O, N, mentre vari altri sono presenti in
piccole quantità S, P, Fe o tracce. La comparsa delle prime forme di
vita, anche se ancora semplici e primitive, presuppone che questi quattro
elementi si siano incontrati già molto prima nel luogo e momento giusti. Oggi si pensa che questo incontro a quattro, evento possibile
seppur improbabile, sia avvenuto nei grani interstellari, dove carbonio ed
idrogeno sian stati forniti da fotolisi dei PAH (Polycyclic
Aromatic Hydrocarbons), l’ossigeno da quella dell’acqua ghiacciata e
l’azoto dal ghiaccio di ammoniaca anche presente. PAH,
H2O
ed NH3
sarebbero così i tre ingredienti, dai quali derivan le prime molecole
organiche, alla base di ogni ulteriore reazione. Non sono stati invece identificati nello spazio finora e neppur menzionati come probabile fonte simultanea di molecole organiche, i neri eterociclici, sui quali ritorneremo fra poco. Tra
i vari prodotti carboniosi, son state identificate per via
radioastronomica alcune specie alifatiche insature, degne di particolare
attenzione: i cianopoliini[7].
HCnN
HC º
C – C º N
HC3N
HC º
C – C º
C – C º N
HC5N
HC º
C – C º C – C º
C – C º N
HC7N
HC º
C – C º C – C º
C – C º C – C º
N
HC9N
HC º
C – C º C – C º
C – C º C – C º
C – C º N HC11N
Figura
2: Cianopoliini determinati nello spazio interstellare
Il fatto che specie talmente reattive sulla terra possan sopravvivere nello spazio esorprendente, ma può venir compreso considerando temperatura, rarefazione e fotoprotezione esercitata dai grani e dalle particelle nere. I
cianopoliini son omologhi lineari dell’acetilene CH º
CH addizionati di un radicale nitrilico - C º
N. Il loro ritrovamento nello spazio trova riscontro nella presenza di
acetilene ed acido cianidrico HCN liberi. Questi composti molto reattivi
posson ciclizzare in determinate condizioni formando eterocicli azotati e
da questi i loro polimeri neri. L’acetilene
di per sé può polimerizzare in laboratorio, dando luogo a catene lineari
(nero di acetilene) o prodotti ciclici (aromeri, oligomeri
aromatici del benzolo): prodotti variamente colorati, dotati di
conduttività elettrica[8]
Fig. 3. Gli
aromeri (C6N4)n
non sono molto diffusi sulla terra a causa della loro scarsa stabilità:
durante il processo di formazione degli idrocarburi policiclici, vien
preferita infatti quella a struttura non lineare. A questo riguardo và
notato, come nella serie degli aromeri, il carattere aromatico diminuisca
con l’aumentare del peso molecolare, mentre aumentano proprietà
olefiniche ed instabilità: non è stato possibile, ad esempio, isolare il
termine Eptacene allo stato puro. Prototipo dei polimeri organici neri può
venir considerato il nero di
acetilene (- C º
C - )n,
formato da una catena alifatica lineare e dotato di ottima conduttività
elettrica. L’acetilene si forma facilmente da idrogeno e carbonio ad
alta temperatura ed è presente nello spazio. Sembra quindi verosimile,
che nelle nubi si trovi anche del nero di acetilene, suo prodotto
di trasformazione diretta. Questo polimero nero potrebbe giocare un ruolo
di rilievo nel trasferimento di cariche elettriche nelle nubi,
contribuendo a causarne il colore scuro. Esso rappresenta anche un
magazzino potenziale di carbonio, dal quale ricavare per fotolisi
frammenti per la sintesi di molecole biogene. CH º CH - - - - - -> (- C º
C - )n
Acetilene
nero di acetilene
PAH
(Polycyclic aromatic
Benzene
hydrocarbons)
Policondensati)
n
Pirene, coronene
Oligomeri Aromatici
Del Benzolo (aromeri) Fullereni, grafite, TETRACENE (arancione) fuliggine PENTACENE (blù) EXACENE (verde) Figura 3: Idrocarburi aromatici policondensati La
combustione di acetilene ed altri prodotti è stata ampiamente studiata in
laboratorio[9],
confermando che in queste condizioni si ha formazione di specie aromatiche
policondensate fullereni e fuliggine. E’ quindi verosimile che, nelle
condizioni estreme del “laboratorio stellare”, si formino simili
materiali policondensati. I poliareni, derivati da combustione, son molto
diffusi sulla terra[10],[11]
ma fortunatamente a basse concentrazioni (cancerogeni)[12]. E’
stato stimato che il 2% del carbonio presente nelle nubi interstellari sia
sotto forma di poliareni[13],
i quali rappresentano le molecole organiche prevalenti nell’universo[14]. Queste
stime potrebbero venir ridimensionate, se sarà confermata la presenza
nello spazio dei polimeri neri azotati. Al
contrario degli aromeri, i PAH sono poco reattivi ed hanno punti di
fusione molto elevati (si racconta che il capillare di vetro spesso fonda
prima del prodotto, durante la determinazione del punto di fusione). Essi
appartengono a sistemi ciclici complessi ed il numero dei composti
possibili è veramente enorme. Le proprietà chimico-fisiche e biologiche,
come pure stabilità e reattività, variano secondo la disposizione
sterica degli anelli ed il grado di alchilazione. Sia
i poliareni che gli aromeri son polimeri virtuali dell’acetilene ed è
verosimile che si sian formati nelle stelle giganti per dimerizzazione di
dieni e policondensazione di derivati acetilenici. Tra l’altro sulla
terra, essi si ritrovano nei catrami della distillazione del carbone e nei
residui della raffinazione del petrolio[15].
In queste fonti si accompagnano agli analoghi policiclici con uno o più
atomi di azoto, ossigeno o zolfo. Nelle sintesi stellari e terrestri, la
preferenza verso un composto piuttosto che un altro vien determinata da
parametri termodinamici e non solo dal caso. Una ridda di composti
altamente reattivi (radicali metinici HCº;
metilenici H2C=;
acetilene HCºCH; dieni CH2=CH-CH=CH2; etilene CH2=CH2;
ecc.) in competizione tra loro, riporta la chimica ai primissimi albori,
quando eran di norma reazioni prebiotiche sotto l’influsso di altissime
temperature, radiazioni potenti ed assenza di ossigeno. Tra le tante
strutture possibili ed in accordo con le misurazioni radioastronomiche,
sono state proposte per i PAH interstellari, quelle più stabili (e
più aromatiche) e con maggior probabilità di sopravvivenza nelle rigide
condizioni spaziali Fig. 4. I
poliareni son sensibili a luce ed ossigeno. Sotto l’azione combinata di
questi due agenti, essi forman nell’atmosfera terrestre prodotti
ossigenati, altamente mutageni (p.e. benzopirene). Con molecole organiche
e sali, essi posson formare complessi a trasferimento di carica
(charge-transfer complexes): questi son ottimi conduttori
dell’elettricità e potrebbero catalizzare svariate reazioni nelle nubi
interstellari. Da quanto descritto si ricava il quadro di uno spazio
“affollato” da varie molecole organiche. E’ stato inoltre
ipotizzato, che molte fotoreazioni avvengan nei grani, formando composti
alifatici ossigenati (aldeidi, alcooli, acidi, ecc.): prodotti chiave per
la sintesi ulteriore di biomonomeri e polimeri[16]. Scarso
rilievo hanno avuto invece finora, salvo poche eccezioni (NH3, HCN, Cianopoliini, ecc,), i prodotti azotati, nonostante che essi
rappresentino uno dei capitoli principali nella chimica delle forme
viventi (proteine, polipeptidi, alcaloidi, ecc.). Considerato che la
maggior parte dei biomonomeri ha origini indubbiamente spaziali,
sembrerebbe logico ritrovar nello spazio anche le radici di quelli
azotati. Rivolgeremo
quindi la nostra attenzione a questo capitolo, cercando di trovar risposta
ai tre quesiti fondamentali: 1.
Esiste un presupposto scientifico valido, alla presenza nello
spazio di prodotti organici azotati? 2.
In qual forma è verosimile che si ritrovino nello spazio? 3.
Qual relazione c’è tra quelli cosmici e quelli terrestri? * * * Tutti
gli elementi chimici si son formati all’interno di stelle giganti, per
fusione nucleare a partir da idrogeno ed elio. Carbonio,
idrogeno, ossigeno e azoto C, H, O, N sono i quattro elementi chiave degli
organismi viventi: “affinché vita nascesse” essi si devon esser
trovati vicini ed in forma appropriata[17]. Le
stelle carbonacee durante l’ultimo stadio di evoluzione, son ricche di
C, H, N. E’ facile immaginare come, in queste condizioni da acetilene ed
azoto, si sian formati svariati eterocicli azotati (pirrolo,
indolo, piridina, chinolina, isochinolina, ecc). In analogia, da acetilene,
ed ossigeno o zolfo nascevano eterocicli ossigenati o solforati
(furano, benzofurano, tiofene, benzotiofene, ecc.) Le
possibilità di reazione tra il carbonio ed altri elementi semplici come
idrogeno, solfo, ossigeno ed azoto son state ampliamente studiate ed
appartengon oramai al repertorio della chimica classica. L’acido
cianidrico HCN, ottenuto allo stato puro da Gay
Lussac nel 1811, può venir sintetizzato dagli elementi , facendo
scorrere una miscela gassosa di idrogeno ed azoto attraverso un arco
voltaico con elettrodi di carbone ad alta temperatura (1800°C):
condizioni drastiche che forse ricordano quelle stellari. Facendo
passare acetilene C2H2
attraverso tubi di vetro rovente, Berthelot
dimostrò la formazione di benzolo C6H6
ottenuto per trimerizzazione e ciclizzazione. Se
si fa passare una corrente di acetilene, riscaldata ad almeno 300°C,
sopra della pirite, si può isolare in ottima resta il tiofene H4C4S
(Steinkopf). In
maniera del tutto analoga, usando ossido di ferro come catalizzatore e
donatore di ossigeno, dall’acetilene si forma il furano H4C4O. In
opportune condizioni (alta temperatura, metalli, azoto) acetilene e
butadiene ciclizzano dando luogo al pirrolo H5C4N,
che rappresenta un importante componente di svariati prodotti vegetali e
animali come polipeptidi e proteine, emoglobina, clorofilla, nicotina,
atropina, cocaina e tanti altri. Possiamo
rispondere così affermativamente al primo quesito del precedente
capitolo: sul piano teorico, sembra verosimile che prodotti organici
azotati ed in particolare eterocicli azotati (anche solforati
ed ossigenati) si formino nel corso di reazioni chimiche stellari e
vengano eruttati nello spazio siderale. * * * Gli
eterocicli azotati semplici come il pirrolo e l’indolo, come pure i loro
isosteri solforati od ossigenati (tiofene, furano) ed i loro derivati
tendono a polimerizzare. Questo fenomeno si accentua in presenza di
determinati catalizzatori ed è molto favorito dalla temperatura e dalla
luce. La polimerizzazione porta a materiali amorfi, neri, buoni conduttori
dell’elettricità e caratterizzati da una struttura di tipo grafitico[18]
o fullerenico gigante. E’
quindi verosimile che eterocicli semplici, una volta formatisi nelle
stelle, subito si trasformino nei corrispondenti polimeri neri
(polyclyclic heterocyclic blacks), e come tali vengano riversati nello
spazio, (Fig. 5). La
grafite, quale forma allotropica del carbonio, è un prodotto stabile,
seppur molto sensibile all’azione dei raggi laser. Questi riescono a far
esplodere la sua struttura, formando frammenti più piccoli con la
caratteristica conformazione a gabbia dei fullereni (per assumere questa
nuova forma chiusa, il piano della struttura aperta della grafite, formato
da un reticolo di esagoni paralleli, si curva restringendo un certo numero
di esagoni in pentagoni). Nello
spazio interstellare, la grafite ed i polimeri neri (nero di indolo, nero
di pirrolo, nero di acetilene, ecc.) vengon sottoposti al bombardamento di
radiazioni elettromagnetiche e corpuscolari ad altissima energia, in grado
di demolirli in frammenti più piccoli. In analogia con quanto succede
sulla terra, è verosimile che essi vengano trasformati anche in frammenti
a struttura fullerenico - grafitica azotata. In questi, i pentagoni
necessari per la chiusura della gabbia, son rappresentati da anelli
pirrolici, isosteri del ciclopentano. La
sostituzione di alcuni atomi di carbonio con atomi di azoto in un modello
molecolare computerizzato di C60
conduce alla formazione di un fullerene azotato C53N7
in cui sono presenti unità chinoliniche. L’ottimizzazione geometrica
effettuata al calcolatore non ha prodotto deformazioni nella struttura
iniziale di tipo soccer-ball. Il modello mostra come sia possibile una
struttura fullerenica gigante per i neri sintetici e naturali. Per i
fullereni giganti si prevedono spettri di diffrazione dei raggi X simili a
quelli previsti per strutture grafitiche. Riteniamo pertanto verosimile,
che nello spazio si trovino pigmenti neri e loro frammenti da
fotodemolizione. Questa conclusione risponde al secondo quesito che ci
eravamo posti nel precedente capitolo. I polimeri neri sono ottimi
conduttori dell’elettricità, proprietà importante secondo gli
astrofisici per l’evoluzione delle nubi molecolari, il cui colore scuro
potrebbe essere anche causato dalla presenza di questi pigmenti (oltre cha
da nero di acetilene, grafite, fullereni ecc.). La
verifica sperimentale di questa affermazione potrebbe essere possibile a
scadenza relativamente breve, (primo decennio del 2000) quando si riuscirà
a metter le mani su campioni di materia interstellare[19]. Nel
frattempo, varrebbe la pena di verificare le proprietà spettroscopiche
dei pigmenti neri di laboratorio, confrontandole con quanto finora
raccolto radioastronomicamente. Nello
spazio è stata dimostrata inoltre la presenza di molecole azotate dalla
formula bruta HCnN,
alle quali è stata attribuita una struttura cianopolinica. E’
interessante notare come queste stesse formule brute corrispondano ad
alcuni pigmenti neri, derivati da policondensazione di eterocicli (nero di
piridina HC5N,
nero di chinolina ed isochinolina HC9N). A
questo punto, è possibile tirare un’ulteriore conclusione, affermando
che nello spazio (oltre ai ben noti poliareni, grafite, fuliggine
ed aromeri) si trovino verosimilmente anche: -
nero di acetilene -
neri di eterocicli policiclici, (nero di pirrolo, indolo, piridina, chinolina,
isochinolina, ecc.) -
frammenti azotati e non, derivanti da fotodemolizione di eterocicli
policiclici Molti di questi materiali eterociclici formano complessi a trasferimento di carica, in grado di spostar cariche elettriche verso l’interno di nubi molecolari e viceversa e di catalizzare ulteriori reazioni chimiche. Questi
materiali son tutti neri (nero di acetilene, pirrolo, indolo,
piridina, ecc.): ciò contribuisce a spiegare il colore scuro delle nubi
interstellari. I
polimeri neri possono venir considerati dei moduli compatti, con i
quali è possibile trasportare simultaneamente nello spazio miscele
ternarie a base di carbonio, idrogeno e azoto. Da questi moduli è
possibile ricavare, nel luogo ed al momento giusto, per fotodissociazione
e ricombinazione, molecole organiche semplici azotate e/o ossigenate,
identiche a quelle che compongono gli organismi viventi. (Fig. 6). * * * I
grani interstellari son composti, secondo vari ricercatori, da un nucleo
di ossidi di silicio ricoperto da un mantello di ghiaccio H2O e NH3.
Intrappolati in questa calotta, si trovan poliareni ed altre molecole
semplici. Come già menzionato, nei grani si devon trovare, secondo noi,
anche altri materiali carboniosi non identificati: i pigmenti neri da
eterocicli policondensati, il nero di acetilene e i loro prodotti di
frammentazione. Questi materiali neri, sottoposti a radiazioni cosmiche ad
alta energia, vengon scissi e ricombinati, fino ad ottenere, con
l’ausilio dell’ H2O del ghiaccio, molecole organiche semplici ossigenate CH2O,
CH3OH,
C2H5OH,
ecc. ed azotate HCN, CH3CN,
ecc.: queste molecole a loro volta intrappolate prenderan parte ad
ulteriori scissioni e combinazioni. Secondo questo modello, i grani fungon
da supporto per reazioni chimiche in fase solida. Queste avverranno a
temperature vicine allo zero assoluto, sotto l’azione di radiazioni
cosmiche paragonabili per intensità ai raggi laser terrestri. In queste
condizioni, si posson realizzare reazioni selettive su siti molecolari
fotosensibili (bersagli) eliminando il rumore di fondo di vibrazioni e
movimenti termici. La frammentazione spinta dei materiali neri porterà a
una miriade di radicali, in grado di reagire con le molecole d’acqua del
ghiaccio, captando l’ossigeno: nasceranno così composti ossigenati,
azotati e misti, chiave di volta per biomonomeri e polimeri. Nei grani si
formeranno prodotti alifatici e prodotti aromatici ed eterociclici
ossigenati, tra i quali: -
ALCOOLI: CH3OH,
C2H5OH,
ecc.; -
ALDEIDI: HCHO, CH3CHO,
ecc.; -
ACIDI:
HCOOH, CH3COOH,
ecc.; -
AMMINE:
NH3,
CH3NH2,
C2H5NH2,
ecc.; -
NITRILI: HCN, CH3CN,
ecc.; -
AMMINOACIDI: HC (NH2)COOH,
CH3CH(NH2)COOH,ecc.
(secondo Strecker, per
combinazione di aldeidi ed acido cianidrico). Partendo da pochi prodotti semplici, seguirà a cascata il fiume delle molecole organiche e da queste la vita. Nella sintesi biologica di biopolimeri (polisaccaridi, proteine, lipidi ed altre), l’energia solare vien trasformata in energia chimica. Consumando questi prodotti, gli organismi acquisiscono i mattoni della materia vivente e ricuperano parte dell’energia accumulata. Le macromolecole svolgono così il triplice ruolo di: Strutture
di supporto
per gli organismi, Accumulatori
di energia, Magazzino
(serbatoio) dei mattoni della materia vivente. Su
questi semplici principi è costruita la vita terrestre. Qualcosa
di analogo accade nel cosmo. Quando le stelle sintetizzano gli elementi di
base e dappoi i polimeri organici, esse hanno trasformato di fatto energia
nucleare in energia chimica. Dopo
l’espulsione dalle stelle, i polimeri organici navigano nello spazio,
svolgendo anch’essi un triplice ruolo, come: Materiale
di supporto
sfruttando le proprietà meccaniche elettriche ed ottiche (trasferimento
di cariche, diffrazione di radiazioni, trasformazione di luce in energia
elettrica); Accumulatori
e distributori
di energia (chimica); Magazzino
di frammenti molecolari, (molecole semplici e complesse). Le reazioni dello spazio e delle stelle, appartengono alla chimica prebiotica. Nelle
stelle le reazioni si svolgono ad altissima temperatura e pressione, in
ambiente riducente:è il sito ideale per la chimica del carbonio, idrogeno
e azoto. L’ossigeno invece, laddove si forma, subito viene intrappolato
in molecole d’acqua. La
chimica degli spazi interstellari è la chimica del freddo: si svolge nei
grani a temperature vicine allo zero assoluto, in sistemi solidi
(ghiaccio), sotto l’azione di raggi cosmici, in presenza dell’ossigeno
delle molecole d’acqua del ghiaccio. E’ una chimica nella quale i
legami si scindono e riformano con gran precisione. Lo
schermo della materia oscura, la bassa temperatura, l’assenza di
ossigeno libero gassoso e gravità permetteranno la sopravvivenza di
radicali e molecole anche molto reattive. La
chimica dell’era biotica, invece, è di una sofisticata raffinatezza: è
la chimica degli enzimi in funzione antiradicalica. E’ una chimica che
ama temperature moderate, ambiente acquoso, atmosfera ricca di ossigeno:
è la chimica che ha addomesticato l’ossigeno, il più aggressivo tra
gli elementi terrestri. Nonostante
le differenze vistose, queste tre chimiche son accomunate dagli stessi
principi: “natura enim simplex est”.
L’ordine cosmico ha improntato il mondo biologico, ha plasmato il mondo
vivente secondo un principio architettonico unico. Ovunque si volgan gli
occhi nel mondo, avvengono reazioni chimiche: le piante e certi batteri
fissan l’energia solare sintetizzando da materiali semplici sostanze
complesse; altri organismi decompongon in strutture più semplici questi
materiali, sfruttando l’energia contenuta. In ogni cellula si susseguon
processi chimici intensi (riduzioni, ossidazioni, idrolisi, sintesi,
ecc.). La
composizione chimica del pianeta è semplice; l’architettura biochimica
degli esseri viventi è basata su pochi pilastri C, H, O, N, S, P, ecc..
Questo sparuto drappello si ramifica in una miriade di composti
molecolari: quelli binari a base
di solo carbonio idrogeno (gli idrocarburi), quelli ternari a base di carbonio idrogeno ossigeno (i carboidrati, i
saccaridi, i polisaccaridi, i grassi, ecc.), quelli quaternari a base di carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto (gli
amminoacidi, i peptidi, polipeptidi, le proteine, gli acidi nucleici, gli
alcaloidi, le lipoproteine, ecc.) e così via. Gli
esseri viventi posseggono una caratteristica unica, la riproducibilità.
Un’altra proprietà saliente è la specificità di singole strutture ed
il rapporto tra struttura e ruolo biologico. La
stupefacente varietà di forme viventi e l’individualità dei vari
organismi posson venir ricondotte all’individualità di alcune
macromolecole, le proteine. Eppure queste non son che combinazioni e
permutazioni di pochi amminoacidi: sempre gli stessi da svariati milioni
di anni. In
tutti gli organismi, gli alimenti si trasformano in anidride carbonica CO2 ed acqua H2O, attraverso poche reazioni. Produzione ed utilizzazione
dell’energia, da parte delle cellule, ha lo stesso meccanismo nelle
tante specie animali, dai protozoi fino ai mammiferi. Ritornando
alle stelle, la domanda sorge a questo punto spontanea su quale sia il
ruolo dello “smog interstellare”; di quella spazzatura spaziale
tinta di nero, cocktail tra i più micidiali. A prima vista potrebbe
sembrar spazzatura rabbiosamente eruttata da fucine giganti. Ad uno
sguardo più attento, esso mostra un disegno ed un mirabile fine. Tra le nubi oscure riaffiora la luce, solleva il velo su di un grande mistero, non più del tutto celato. * *
* 4) DA UN FIRMAMENTO TINTO DI NERO, A PELLE E CERVELLO La
natura sulla terra è variopinta. Trascendendo valori puramente estetici,
i colori svolgono un ruolo più unico che raro, nella comunicazione tra
mondi diversi (vegetale, animale, minerale). Il colore è strumento di comunicazione. Il meccanismo con cui il colore si forma è fisico: esso avviene tramite cambiamenti di stato degli elettroni nella materia. Il
colore è un fenomeno elettrico. Luce ed elettricità vengon trasformate
l’una nell’altra, con facilità: sono due aspetti di una stessa
natura. Un
reticolo, un prisma, una goccia di rugiada scompongon la luce nei colori
dell’arcobaleno e ad ognuno di questi colori corrisponde la frequenza di
un’onda elettromagnetica. Un corpo appare bianco perché riflette tutta
la luce, nero se invece l’assorbe. Al sole il bianco fresco ci sembra,
mentre scotta il nero. Il nero non è quindi un colore, è la sua
negazione: eppure nell’uso corrente, chiamiamo il nero un colore, alla
stregua degli altri. Tra colore e struttura del colorante, esiste un
rapporto preciso ed i pigmenti vengon classificati sulla base della loro
struttura carotinoidi, pteridine, porfirine e così via. I
pigmenti neri fanno eccezione. Essi vengon raggruppati secondo il colore
che non è un colore, trascurando l’estrema diversità di molti di essi:
è caos tinto di nero. I
materiali neri terrestri, a differenza di quelli spaziali di tipo binario
(C, H) o ternario (C, H, N) in genere sono ossigenati. Essi si ottengon
facilmente polimerizzando molecole semplici e vengono denominati dalla
sostanza che li ha generati: nero di acetilene, di benzene,
anilina, pirrolo, tiofene, indolo, piridina, chinolina, isochinolina e così
via. Quelli
prodotti da organismi viventi son ben rappresentati sia nel mondo animale
(occhi, pelle, capelli, ecc.) che vegetale (semi, fiori, frutti, legno,
ecc.). Essi furon chiamati melanine[20] (= nero) e spesso derivan
da sistemi aromatici ed eterociclici polidrossilati[21]. A
prescindere dal precursore che le ha generate e perciò dai suoi
sostituenti, le melanine presentan proprietà tipiche della materia nera e
queste posson venir ricondotte alla natura dello stato solido. Il
materiale nero è diffuso in tutto l’universo ed è quasi sempre amorfo,
non cristallino. Dalla litosfera e biosfera al cosmo, esso possiede
proprietà chimiche e fisiche interessanti sia per le implicazioni col
processo vitale, sia per lo studio astrochimico: -
EPR (Electronic Paramagnetic Resonance); -
Proprietà elettriche ed ottiche; -
Modifica delle proprietà di superficie sotto l’azione di campi
elettrici e magnetici; -
Spettro di diffrazione ai raggi X[22]; -
Sensibilità a radiazioni che producono ionizzazione e lisi dei
legami covalenti[23]; -
Frammentazione della struttura per bombardamento atomico veloce,
raggio LASER, pirolisi, ossidazione; -
Formazione di complessi a trasferimento di carica; -
Permeabilità a gas e liquidi. Le
melanine son “frutto terrestre” e perciò quasi sempre ossigenate: la
terra è il pianeta dell’ossigeno; l’ossigeno è vita. Le melanine son
composti ternari (C. H. O), o quaternari (C, H, N, O) oppur più complessi
(C, H, N, O, S, …): la vita ama la complessità e le melanine son frutto
di organismi viventi. Gli
eterocicli policiclici neri son figli di stelle e navigano nello spazio:
potremmo chiamarli “melanine spaziali”. Essi son quasi sempre composti
ternari (C, H, N), più raramente quaternari: il cosmo ama la monotonia.
Le melanine terrestri e spaziali hanno alcuni elementi in comune (C, H,
N): esse son costruite secondo lo stesso principio e la parentela viene
tradita dalla struttura. L’ossigeno differenzia le due classi senza
intaccare però alcune proprietà fondamentali. Struttura
simile eppur diversa, ruolo simile oppure diverso? * * * Nella
struttura di tutti i pigmenti, si riconosce un concetto guida: un esteso
sistema policoniugato radical-polaronico detto spina di Little[24],
nel quale elettroni spaiati creano bande di conduzione. Le particelle nere
son semiconduttori amorfi e presentano conducibilità elettrica, la quale
può assumere valori notevoli con il drogaggio. Le melanine presentano uno
spettro di diffrazione ai raggi X, che è simile a quello della grafite, o
di un fullerene gigante. La
stretta parentela tra melanine e grafite si esprime nel color nero, nel
segnale EPR, nella conducibilità elettrica e nella sensibilità
all’ossigeno, per citar solo alcuni parametri. La parentela è così
stretta da poter considerare la grafite in senso lato la melanina naturale
più semplice: la “Protomelanina” dell’era prebiotica. Come
altre particelle nere, le melanine son sensibili alla luce
(fotoionizzazione e fotomolisi) ed al raggio laser (Light Amplification by
Stimulated Emission of Radiation), il quale provoca una vera e propria
esplosione della struttura. Questa proprietà trova molteplici impieghi
pratici: in dermatologia[25]
per trasformare pelle nera in bianca, nel restauro di opere d’arte,
nella pulizia di monumenti (restauro della basilica di San Pietro) e tanti
altri. Il
collasso delle particelle nere è stato studiato tra l’altro a scopo
cosmo-chimico, bombardando la grafite con il laser (l’esperimento portò
alla scoperta dei Fullereni e del famoso C60)[26]. Non
sembra sia stato ulteriormente indagato, se una simile reazione avvenga
sulla polvere nera interstellare, né si sa con certezza se nello spazio
esistano fonti di raggi simili al laser, Ciononostante, sembra verosimile
che fotoscissioni analoghe giochino un ruolo non indifferente nella
fotolisi dei polimeri eterociclici neri presenti nello spazio: in effetti
le piccole molecole organiche associate alla materia nera indicano una
frammentazione in atto. Le
melanine traggono origine da composti ossidrilati (ortodifenolici) di
sistemi aromatici come benzene, indolo, pirrolo, piridina, chinolina. DOPA,
DHI (5,6-Diidrossindolo), DHICA (acido 5,6-Diidrossindol-2-carbossilico),
dopamina, adrenalina, serotonina, 5,6–diidrossitriptamina,
5,6-diidrossi-7-metil-tetraidroisochinolina (salsolinolo)[27],
sono alcune sostanze, che svolgono un ruolo nella neurotrassmissione degli
organismi viventi, e che hanno la proprietà di produrre particelle nere
(melanogenesi), a loro volta dotate di ruolo biologico. La
melanogenesi è una reazione complessa di tipo radicalico. La prima fase
consiste nella formazione di oligomeri, in cui sono presenti catene
policoniugate assemblate secondo lo schema della spina di Little. La
seconda fase è caratterizzata dall'autoassemblaggio delle varie unità
fino a raggiungere strutture grafitiche. Questo modello è universale e
vale per le melanine terrestri e spaziali (nel caso delle prime va
opportunamente considerato il ruolo dell’ossigeno e degli enzimi
operanti sulla terra). Le
melanine sono in grado di legare svariate sostanze ed ioni sia per
salificazione (carbossili, basi azotate) che per coordinazione in
complessi di tipo porfirinico o grazie a fenomeni interstiziali. Anche
vari gas e acqua possono venir intrappolati dalle melanine (adsorbimento),
come avviene nel caso del carbone attivo e dei piccoli fullereni (C60
e C70)
con alcuni gas nobili. L’intrappolamento di ossigeno ed acqua può
suggerire nuovi ruoli biologici delle melanine quale matrice per reazioni
guidate. Il
sistema pofirinico permette la formazione di svariati complessi, aiutando
a spiegare l’affinità per ioni e metalli, l’attività perossidasica,
l’adsorbimento di gas, la coordinazione di molecole d’acqua, la
conduttività elettrica. Queste
proprietà ed il fatto che le melanine (seppur differenti da quelle
attuali per la mancanza di ossigeno) dovevan già esser presenti sulla
terra nell’era prebiotica, ha portato ad ipotizzare un loro ruolo
nell’autoassemblaggio delle prime molecole organiche. In qualità di matrice, questo materiale offrirebbe molti vantaggi, oltre al semplice assorbimento dei reagenti da parte dei minerali. In contrasto con la monotona simmetria di un reticolo minerale, le particelle nere possono offrire una vasta diversità di configurazioni steriche, sia con le proprie superfici esterne che con q |